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Erba Santacroce, la cura della libidine


Fu il Cardinal Prospero Santacroce a far conoscere a Roma il tabacco, tanto che allora veniva chiamato Erba Santacroce.
Il Cardinale era stato come diplomatico pontificio in Germania e poi nunzio apostolico in Portogallo, Spagna e Francia e fu in Portogallo che ebbe modo di conoscere un’erba particolare che veniva dalle Indie Occidentali e che gli indigeni fumavano dopo averne arrotolato le foglie o dopo averle sminuzzate in una pipa.
L’introduzione in Europa della nuova erba si deve agli spagnoli, seguiti poi dai portoghesi, inglesi e francesi; già nel 1573 c’erano le prime coltivazioni in Spagna ma ancor prima nel 1560 l’ambasciatore francese Jean Nicot Villemain aveva mandato una certa quantità di semi ai reali di Francia consigliando la coltivazione per un uso terapeutico dell’erba. In Francia per molto tempo si fece uso della nuova erba, che dal nome dell’ambasciatore fu chiamata Nicotiana tabacum, soprattutto per alleviare il mal di denti ed ovviamente si masticava, infatti fumare era considerato disdicevole per via del fumo che circondava la persona e pervadeva gli ambienti.
Il cardinale vide come la nuova erba piaceva al popolino e come era apprezzata per le proprietà curative e decise di promuovere la sua importazione nei territori dello Stato Pontificio; l’erba dal suo nome fu detta Erba Santacroce o solo Erba Santa e l’uso si diffuse presto in tutti i ceti sociali perché l’Erba Santacroce era considerata una panacea per i più svariati disturbi e mali.
La coltivazione del tabacco almeno nella fase iniziale della sua introduzione fu fatta esclusivamente da monaci cistercensi a cui Papa Pio IV aveva affidato i semi e li coltivarono nella campagna romana; pochi anni più tardi il Vescovo Nicolò Tornabuoni ritornato dalla Francia portò altri semi allo zio Vescovo di Sansepolcro. Da lì passò alle Marche attraverso i monaci cistercensi di Chiaravalle e alla Valle del Brenta in Veneto grazie ai monaci benedettini; ancora oggi questi sono i territori dove è maggiormente diffusa la coltivazione del tabacco.

Nel Rinascimento ed anche dopo, il suo uso era considerato non solo utile ma necessario

ai preti, ai monaci, ai frati e agli altri religiosi, che devono, e desiderano menar vita casta, e reprimere que’ moti sensuali che cotanto infastidiscono.
Perché la causa naturale della libidine è il calore e l’umidità; e quando questa venga dal tabacco disseccata, non si sentono quei moti peccaminosi così violenti.

Molte cronache parlano anche di abuso del tabacco tanto che nel 1650, Innocenzo X vietò di assumere tabacco all’interno della Basilica Vaticana, pena la scomunica.
Tra i medici ci fu anche lo scontro tra chi sosteneva il pericolo che derivava dall’abuso di tabacco, ma erano di più le voci che sostenevano le sue proprietà curative tanto che se ne consigliava l’uso in fumo, in polvere, in foglia e in lambitivo.
Anche i pontefici usavano il tabacco ed un grande consumatore di tabacco da fiuto fu Gregorio XVI, così che il suo naso, già di natura grande, era sempre rosso tanto che si diffuse la diceria che amava moltissimo bere vino, fatto non vero.
Ancora nell’Ottocento nello stato Pontificio l’insegna delle rivendite di tabacco era la croce bianca dello stemma dei Santacroce.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 19/08/2015)