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Complesso di Via Arcione: le insulae nella Regio VII via Lata


Nel III sec. a.C. Roma con 187.000 abitanti era già la città più popolata del mondo antico e lo sarebbe rimasta fino al 455 quando fu saccheggiata dai Vandali; al tempo di Augusto gli abitanti erano un milione e raggiunse la massima espansione durante la dinastia degli antonini nel II sec. d.C..
Aumentarono le zone di Roma occupate dalle domus e dalle insulae che, dopo la bonifica del Campo Marzio da parte di Agrippa, furono costruite nella Regio VII secondo uno schema urbanistico che privilegiava la regolarità delle strade che si ritrova, in parte, anche nella cosiddetta Roma Sistina.
Durante i lavori di ristrutturazione di alcune case di via Arcione fu rinvenuto uno dei più estesi complessi urbani di Roma Antica, sono tre edifici e due strade basolate che corrono sottorrenee nel rione Trevi tra Via del Corso e Fontana di Trevi; questi edifici erano nel territorio della regio VII via Lata, una delle quattordici regioni in cui Augusto divise Roma, che si estendeva tra la Via Flaminia (poi Via Lata) a sud-ovest e le pendici del Quirinale e del Pincio a nord-est ed era la sola dove le strade avevano il tracciato perpendicolare alla Via Flaminia.

I resti delle due strade e degli edifici romani, rimandano un’immagine chiara del tipo di abitazioni della Regio VII nel periodo dal II al IV secolo d.C.; purtroppo non è possibile visitare il sito in quanto si trova ad una profondità di circa 8 metri in zona di abitazioni private. Tuttavia nell’isolato compreso tra via in Arcione e Via dei Maroniti internamente si apre un giardino che è un sovrastruttura dell’area e di un garage dal quale è possibile scorgere alcune parti della zona archeologica che misura circa 1.600 mq.
Proprio dove sono stati rinvenuti i resti degli edifici si apre la falda acquifera dell’Acqua Sallustiana che sgorga ancora oggi ed il cui livello viene contenuto per mezzo di pompe.
La falda acquifera proviene da una sorgente che già nell’antichità sgorgava dal Quirinale e lungo il declivio (attuale via del Lavatore) scendeva in Campo Marzio andando a formare il Palus Caprae che fu prosciugato da Agrippa per costruirvi le sue terme.
Nel 1902, durante la costruzione del Traforo Umberto, furono trovati dei resti di una domus romana che da una fistula(iscrizione) nelle condutture di piombo fu possibile attribuire a Fulvio Plauziano, prefetto del Pretorio nel 197 e suocero di Caracalla.

Questa era la zona anticamente chiamata Campus Agrippae, vi erano in prevalenza insulae costruite lungo strade (vici) orientate sull’asse della Via lata che si incrociavano ad angolo retto, quindi forse una delle poche zone dove esisteva un impianto urbanistico e che ricorda molto quelle delle città costruite dai romani nelle provincie.

Nei lavori di scavo sono stati individuati tre edifici divisi da due strade che corrono parallele a Via del Corso; il primo edificio (A) presenta una serie di tabernae che si affacciavano sulla strada molto larga, m. 8,20, e ed avevano sul muro di fondo un porticato che probabilmente si affacciava su un’altra strada che si trova oltre l’area scavata. I due ambienti erano sicuramente in comunicazione perché nel muro di fondo c’è un vano porta tamponato e nella seconda taberna c’è un muro che sosteneva la scala che doveva portare ai piani superiori.
Dalle caratteristiche costruttive gli archeologi hanno attribuito la costruzione al III secolo d.C. con interventi di modifica anche in tempi successivi, infatti sulla stessa, davanti all’ingresso della terza taberna c’è una struttura cubica di 2 m. di lato costruita con pezzame di mattoni (materiali di spolio), si tratta di un pozzo di epoca alto medievale, costruito per attingere l’acqua dalla falda sottostante. Nel V secolo sia la strada che gli edifici erano già stati in gran parte interrati per effetto dell’innalzamento del livello di superficie.

Dall’altro lato di questa grande strada vi è una grande vasca formata con 4 lastroni d travertino, era la fontana pubblica dove gli abitanti delle insulae andavano a prendere l’acqua; la vasca è addossata al muro dell’edificio B che è forse il più misterioso, per quanto riguarda il suo uso, dei tre edifici individuati.
E’ un unico ambiente di forma rettangolare incuneato tra le due strade le cui caratteristiche costruttive ne indicano la costruzione intorno al III sec. d.C.; sicuramente era parte di una domus di più ampie dimensioni che fu abitata anche nel IV secolo a cui risalgono alcuni cambiamenti, infatti le pareti furono rivestite con decorazioni in marmo ed anche il pavimento che era in mosaico bianco e nero fu poi ricoperto da lastre di marmo.

L’ edificio C, separato dal precedente dalla seconda strada, offre l’esempio di una grande domus, costituita da numerosi ambienti di vario tipo, tra i quali ampie sale di rappresentanza; l’ingressso era in un ambiente absidato che debordava sul basolato. Anche questo edificio subì numerosi rimaneggiamenti probabilmente dovuti ad eventi disastrosi succedutesi nel tempo tra cui un incendio – di cui si sono trovate tracce – e poi anche le frequenti inondazioni del Tevere che, in particolare, nel Campo Marzio provocarono un innalzamento del livello del terreno.
Durante i lavori di scavo furono ritrovate anche delle statue acefale in marmo di notevoli dimensioni tra cui un gruppo marmoreo in cui due personaggi, probabilmente componenti della famiglia imperiale, era rappresentati come Venere e Marte ed una Artemide con un cane ed una cerva.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 13/10/2015)