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Le statue nascoste della collezione Torlonia


Nel corso del XVIII e XIX secolo la famiglia Torlonia, nobili e banchieri, era la famiglia più ricca di Roma ed acquistò palazzi e vaste proprietà terriere tra queste la Tenuta di Romavecchia; la tenuta aveva avuto il suo nome dalla vastità delle rovine che si trovavano e dalle tante statue che la ornavano tanto che il nome con cui la indicava il popolino era anche “Statuario”, nome che la zona ha ancora oggi.
Le tenute dei Torlonia oltre la Tenuta di Romaveccchia, acquistata per 94.000 scudi e che si scoprì poi era la Villa dei Quintili che Commodo fece divenire una Villa Imperiale, erano anche altre: possedevano anche la Caffarella lungo la valle dell’Almone, acquistarono poi da Luciano Bonaparte la tenuta di Canino dove nelle necropoli etrusche fu ritrovata intatta la tomba cosidetta Francois, il cui ciclo pittorico è assolutamente unico, ed anche la tenuta di Porto a Fiumicino dove si trova il Porto di Traiano poi altre ancora in tutto la campagna romana.

Ma i Torlonia prima banchieri e poi principi del Fucino – titolo conferitogli dal papa per le opere da dragaggio fatte per rendere coltivabile la piana -, prestavano soldi alle famiglie della nobiltà romana e quando queste non potevano restituire il debito, i principi acquisivano le loro proprietà e tra queste anche le collezioni di antichità romane. Passarono in questo modo ai Torlonia le collezioni dei Caetani-Ruspoli, Carpi, Cesarini, Giustiniani e di Bartolomeo Cavaceppi.

Dai lavori agricoli nelle tenute e dai capolavori antichi acquisiti a fronte di debiti non restituiti il Principe Torlonia aveva raccolto un numero incredibile di opere d’arte, soprattutto di età romana; le statue raccolte cominciarono ad essere così tante che il principe decise di farne un Museo privato che allestì a Via della Lungara, alle falde del Gianicolo; nelle 77 stanze del palazzo espose le oltre 600 statue che non avevano trovato posto nei suoi palazzi e nelle sue ville.

La visita al Museo non era aperta a tutti, erano i Principi Torlonia che decidevano chi poteva vederla e solo i nobili potevano; il permesso fu negato anche all’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, che nel 1947 era Direttore Generale delle Antichità e delle Belle Arti, il quale pur di vederla si travestì da spazzino. Perché i Torlonia riuscirono a far denaro anche con le opere d’arte che raccoglievano, organizzavano delle meravigliose feste per presentare i reperti rinvenuti e per parteciparvi si doveva pagare il costo d’ingresso che sembra fosse abbastanza caro ma a cui nessuno della società romana voleva mancare proprio perché non esserci era come non essere importanti. Durante queste feste a cui partecipavano nobili e cardinali della corte romana ma anche gli stranieri che si trovavano a Roma per il Grand Tour, il principe non solo presentava le opere d’arte e come le aveva trovate, ma si vantava anche delle furbizie che a volte doveva usare per appropriarsene. Per la loro attività e per come gestirono il patrimonio e l’atteggiamento che tennero verso gli altri i Torlonia si attirarono critiche da ogni parte; Stendhal dei Torlonia scrisse:

"banquier fort avare et un peu fripon. Figure à argent ... incapable de jouir des belles choses qu’il a reunies autour de lui"
"Banchiere molto avaro ed un po’ canaglia. Interessato al denaro ... incapace di gioire delle belle cose che ha riunito intorno a se".

Il poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli espresse in modo più diretto quello che pensava il popolino:

"figurete Turlonia, co ste ladre
combriccole futtute de bbanchieri
"

Per i fortunati a cui era concesso d visitare il Museo nel 1880 fu predisposto un cataologo da Pietro Ennio Visconti di cui esistono alcune copie che riportano la descrizione di 530 statue e di queste ben 110 sono i ritratti degli uomini e donne di potere dal tempo di Gaio Mario a Valeriano; si tratta in prevalenza degli imperatori ed imperatrici e di alcuni di questi non esistono altre immagini, come ad esempio del dittatore Gaio Mario, dell’imperatrice Manlia Scantilla.
Molte sono le statue di grande importanza sia per le dimensioni, spesso maggiori del vero, che per la preziosità del materiale impiegato, marmo pario e lunense, e per l’importanza dell’iconografia che potrebbe consentire una rilettura delle testimonianze romane. La collezione non solo per molti anni non è stata più visibile ma anche spostata dalla sede di Via della Lungara (trasformata in Residence) in parte a Villa Albani, altra proprietà Torlonia, ed in parte chiusa in magazzini.
Dopo alcuni tentativi da parte di fondazioni e dello Stato Italiano di comperare la collezione, recentemente il Ministero dei Beni Culturali ha raggiunto un accordo con la famiglia Torlonia per rendere visibile i capolavori ed è stato già stabilito che nel 2017 sarà allestita una mostra per la quale si sta individuando lo spazio espositivo. L’altra notizia importante è che la collezione è completa e gli studiosi ritengono che poterla studiare porterà a riscrivere molte pagine della storia dell’arte antica.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 20/02/2016)