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Scantilla imperatrice


Il suo nome completo era Manlia Scantilla ed Eutropio la definì "mulier deformissima" senza dare altre indicazioni e lasciando gli storici liberi di fare congetture; di lei si sa che non era più giovane e che aveva problemi ad un occhio e forse anche nel corpo.

Manlia Scantilla divenne la moglie di Marco Didio Giuliano nel 153 d.C; Didio Giuliano era originario di Mediolanum, ma giovanissimo arrivò a Roma dove fu accolto in casa di Domitia Lucilla, la madre di Marco Aurelio, parente di sua madre Aemilia Clara. Erano già sposati quando Giuliano ricoprì importanti cariche, da pretore nel 162 a prefetto della Gallia Belgica nel 170 sotto il regno di Marco Aurelio a cui seguirono poi importanti cariche sotto Commodo del quale fu prefetto dell’Annona, console e governatore prima della Bitinia e poi dell’Africa.
Anche lei come il marito doveva appartenere alla nuova aristocrazia delle provincie ed il loro dovette essere un matrimonio “riuscito” visto che entrambi erano vicini ai sessanta anni ed avevano avuto una figlia, Didia Clara, che era già sposata quando si presentò l’opportunità di diventare imperatore. Commodo fu assassinato e gli successe il Prefetto dei Pretoriani, Pertinace dal quale i pretoriani si aspettavano la distribuzione di favori e denaro che arrivarono in misura modesta, fatto che li portò ad eliminare Pertinace e cercare un pretendente generoso mettendo all’asta il loro appoggio. A Roma si trovavano due dei pretendenti: Sulpiciano che era il suocero di Pertinace e Didio Giuliano che era il prefetto dell’Annona. Da quanto riferisce Erodiano sembra che fu proprio Manlia Scantilla a spingere il marito ad accettare l’asta dove con 25.000 sesterzi riuscì a “comperare” la carica di Imperatore.
Ottenuto in questo modo l’appoggio dei pretoriani, Didio Giuliano si presentò in Senato dicendo che l’esercito lo voleva come imperatore e i senatori di fronte a quella dimostrazione di forza accettarono lo stato di fatto e lo dichiararono “Augusto”. In quella stessa seduta Manlia Scantilla e la figlia Didia Clara furono nominate Auguste.

La grande somma che aveva promesso ai pretoriani lo costrinse ad intervenire nella politica monetaria, ovvero dovette diminuire la percentuale di argento nelle monete per poterne battere di più; fu allora che la zecca di Roma iniziò a coniare molte monete con l’effeggie di Manlia Scantilla che oggi rappresentano la quasi totalità delle immagini che sono rimaste dell’imperatrice.
Ma Didio Giuliano rimase per poco tempo imperatore perché erano in tanti a voler essere Cesare e, se pur riconosciuto dal Senato, Didio Giuliano non fu accettato dagli altri generali e soprattutto non aveva dalla sua le legioni. Solo i pretoriani rappresentavano la sua forza ma egli non capì come conquistare la loro fedeltà e così all’avvicinarsi di Settimio Severo con le sue legioni dall’Illirico, il Senato decise di spianargli la strada facendo uccidere Didio da un soldato.
Quando Settimio Severo giunse a Roma restituì il corpo di Didio Giuliano a Scantilla che potè fare il funerale e seppellirlo lungo la via Labicana.
Il nuovo imperatore non fece nulla contro la vedova, a cui il Senato ritirò il titolo di Augusta, che decise di ritirarsi a vita privata per cui di lei non si hanno altre notizie.
Per la breve durata del regno del marito, appena 66 giorni fino al primo giugno del 193, sono pochi i busti di Scantilla, ma uno in ottime condizioni fu ritrovato nel 1872 nel sito di Villa Palombara dove si stava procedendo alle urbanizzazioni del moderno quartiere Esquilino ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 18/02/2016)