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Telesina ed i suoi dieci mariti


Marziale racconta che dal III sec. a.C. le donne romane potevano facilmente divorziare e risposarsi tanto che racconta il caso di una matrona di nome Telesina che in trenta giorni riuscì a sposarsi ben 10 volte. Ad un’altra Telesina Marziale dedicò uno dei suoi epigrammi (De spectaculis Lib II,69)

"Uxorem nolo Telesinam ducere: quare?
Moecha est. Sed pueris dat Telesina. Volo."


Non voglio avere in moglie Telesina: perché?
E’ adultera. Ma Telesina se la fa con i giovani. Allora voglio.

Per essersi sposata ed aver divorziato 10 volte Telesina non seguiva le regole della pudicitia, ma soprattutto doveva essere una matrona bella, procace ma anche di una certa ricchezza perché a Roma il matrimonio il più delle volte era un ottimo affare per i mariti.
Telesina è considerata un’adultera perché si è sposata dieci volte quando la legge romana non consentiva più di otto matrimoni e se Marziale la rimprovera di farsela con i giovani è perché per otto matrimoni si saranno succeduti non in giorni ma forse in anni ed ogni volta i mariti avevano sempre meno anni della sposa.
Tuttavia è anche possibile che Telesina sia stata ripudiata dai suoi mariti; il ripudio era l’annullamento del matrimonio che il marito, solo lui, poteva chiedere in caso di adulterio, omicidio, maleficio e avvelenamento. Non vi erano pratiche complicate da svolgere, bastava far recapitare alla moglie un biglietto con scritto “tuas res tibi habeto” (riprenditi ciò che è tuo) ed il matrimonio era finito; secondo le regole stabilite ancora da Romolo il marito doveva restituire metà della dote ricevuta alla moglie e l’altra metà doveva essere donata al tempio di Cerere.
I due elementi che determinano l’unione matrimoniale sono la coabitazione ed il maritalis afectio; il matrimonio inizia con la coabitazione che deve però essere manifesta ed ecco che nel rito è prevista la deductio uxoris in domum mariti, la processione in cui la sposa è accompagnata nella casa dello sposo dove, oltrepassando la soglia, pronuncia la frase ubi tu gaius, ego gaia; ma l’unione si concretizza nella volontà reciproca degli sposi di convivere e nel riconoscimento del honor matrimonii alla sposa che diviene mater familias.
Le consuetudini mutano nel tempo ed all’inizio dell’età imperiale il matrimonio può essere sciolto se viene meno uno dei due elementi descritti; quando entrambi i coniugi non intendevano proseguire nell’unione c’era il divortium che avveniva con dei riti contrari al matrimonio. Nei matrimoni sine manu, era sufficiente che si realizzasse il trinoctium, ovvero che la moglie passasse tre notti fuori dalla casa del marito.
L’apparente facilità con cui avvenivano i divorzi dipendeva da altrettanta semplicità nella realizzazione dei matrimoni; il matrimonio romano era “libero” nel senso che era sufficiente l’intenzione di essere marito e moglie, tuttavia è più corretto dire che la libertà del matrimonio dei romani discendeva dall’assenza di una formalizzazione costitutiva.
Allo stesso modo anche il divorzio era “libero”, si poteva divorziare inviando semplicemente un biglietto in cui si comunicava che si considerava finito il matrimonio; così fece Messalina che per sposare il suo amante Gaio Silio inviò a Claudio, che si trovava ad Ostia, solo un biglietto annunciando che si considerava libera. Secondo la legge romana Messalina poteva farlo, era una donna che disponeva di se stessa ed inoltre poteva contare sull’appoggio della madre Domizia Lepida che era una della donne più ricche dell’impero, il suo errore fu voler lasciare non un uomo qualsiasi ma l’imperatore. (L’esempio di Messalina è un caso limite in quanto vi erano risvolti politici che coinvolgevano la lotta per il potere dei liberti di palazzo che controllavano le finanze imperiali) ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 01/09/2016)