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Confarreatio, il matrimonio sacro


Il rito del matrimonio arcaico si chiamava Confarreatio e risaliva al tempo della monarchia, derivava il suo nome dalla focaccia di farro (panis farreus) che gli sposi dividevano a simboleggiare la futura vita insieme e che dedicavano a Juppiter Farreus: era il matrimonio sacro riservato solo ai Flamines Maiores ed al Pontifex Maximum ed ai patrizi che avrebbero potuto accedere a quelle cariche.
Il matrimonio sacro implicava molti doveri e limitazioni che allo sposo derivavano dalla sua carica ed alla sposa dal matrimonio; alcune limitazioni ed alcuni divieti istituiti in tempo arcaico vennero considerati superati agli inizi dell’Impero tanto che, prima Augusto, e poi Tiberio si trovarono ad emanare delle leggi che svincolavano gli sposi da alcune limitazioni che, a parte il divieto di divorziare, riguardavano principalmente le modalità di partecipazione alla vita sociale.

Questo tipo di matrimonio si diceva fosse stato istituito da Romolo; inizialmente era praticato dai patrizi e fu poi riservato solo ai Flamines cioè ai sacerdoti; il rito del matrimonio per Confarreatio era solenne ed era la consacrazione di un’unione per volere degli dei, tanto che i figli nati dal matrimonio celebrato con questo rito erano i soli che potevano diventare Flamen maior (sacecerdote di Giove o di Marte o di Quirino). La sposa del Flamen Dialis, sacerdote di Giove, diventava Flaminica Dialis; se il flamen dialis era la personificazione del dio, la sua sposa acquisiva la stessa sacralità tanto più che doveva essere la madre di un figlio poteva essere nominato a sua volta flamen.
Il complesso cerimoniale richiedeva che la sposa avesse oltre le vesti tradizionali anche un velo rosso, il colore che simboleggiava il fulmine oggetto rappresentativo di Giove di cui lo sposo era il sacerdote; tutte le spose romane portavano il velo chiamato flammeum, in segno di buon augurio in quanto ricordava quello della flaminica che non poteva divorziare.

La Confarreatio non era solo una cerimonia solenne con implicazioni giuridiche e sociali per i due nubendi ma era anche una grande rappresentazione della cultura romana, la sua complessità le derivava dall’essere quasi un momento propagandistico per le gens ai cui i novelli sposi appartenevano. La cerimonia era molto complessa ed articolata e tutto si doveva svolgere alla presenza di dieci testimoni, tutti nati da matrimoni celebrati con la confarreatio, del Flamen Dialis e del Pontefice Massimo; erano previsti dei rituali che dovevano svolgersi secondo una precisa sequenza e prima del rito veniva sacrificata una pecora ed il suo vello, pellis lanata, doveva essere stato usato per coprire i sedili su cui stavano gli sposi durante la cerimonia.
Secondo quanto raccontato da Servio, storico romano, gli sposi sedevano su sellae duae iugatae; questo aspetto del rito alcuni studiosi lo interpretano non come due sedili legati tra loro ma due sedili posti sotto un giogo, simbolo della soglia che segna il passaggio alla vita matrimoniale.
La cerimonia iniziava solo se gli omina erano favorevoli, ovvero non c’erano terremoti od uragani, e la sottoscrizione delle tabulae nuptiales, il vero e proprio contratto matrimoniale in cui era stabilita la dote della sposa. Non sono molte le indicazioni circa i luoghi dove si svolgeva la cerimonia ma sicuramente gli sposi ed i convitati dovevano spostarsi così da poter svolgere i riti sacrificali presso gli altari degli dei. Quasi sicuramente la prima parte del rito si svolgeva in un Tempio di Giove proprio perché la confarreatio prevedeva l’offerta del panis farreus a Giove ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 24/08/2015)