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Sacerdotesse di Vesta


Il popolo romano sin dai tempi arcaici tenne in molta considerazione tutte le forze con cui la natura si imponeva e di cui gli dei insegnarono loro a servirsi e primo fra tutti il fuoco che, se nelle sue espressione più violente e selvagge era rappresentato da Volcan, come calore che favorisce la vita era rappresentato da Vesta.
Il culto di Vesta ha le sue radici nel mito; in tempi protostorici la guardiana del fuoco era Caca, la sorella del titano ucciso da Ercole e se questo rappresentava l’aspetto selvaggio e distruttore del fuoco, lei era la sembiante benefica del fuoco ed aveva una aedicula a lei dedicata all’interno del Tempio di Vesta.

La cura del fuoco sacro fu sin dalle origini affidata a delle sacerdotesse, le Vestali, che dovevano essere vergini e pure nello spirito come nel corpo. L’istituzione del collegio delle Vestali è stata attribuita al re Numa Pompilio, tuttavia ha origini ancora più antiche ed era parte della religiosità dei Latini, infatti già ad Albalonga c’erano le Vestali ed una vestale, Rea Silvia, fu la madre dei gemelli Romolo e Remo.
Inizialmente le vestali erano quattro poi furono aumentate a sei ed il numero non cambiò sino allo scioglimento del collegio nel V sec. d.C..
La vita di una vestale iniziava con il rito della captio virginis; era la cerimonia con cui il Pontefice Massimo sceglieva una nuova Vestale che doveva essere vergine e per questo era scelta tra le bambine tra i sei ed i dieci anni, matrimae e patrimae, ovvero appartenenti a famiglie patrizie i cui genitori si erano sposati con il rito della confarreatio e che, inoltre, dovevano essere ancora viventi; tuttavia in età imperiale le famiglie patrizie non lasciavano volentieri che le proprie figlie divenissero sacerdotesse di Vesta e per questo motivo Augusto decise che la scelta fosse aperta anche alle figlie dei cavalieri.
Uno dei momenti più significativi del rito era quando alla puella, rivestita dell’abito sacerdotale bianco, per una sola volta venivano tagliati i capelli, simbolo del sacrificio, che venivano appesi ad un albero, l’antico loto crinito.

Le vestali dedicavano la loro vita al culto e l’impegno durava ben trenta anni; i primi dieci anni erano delle novizie che dovevano apprendere, i successivi dieci erano le sacerdotesse a cui erano affidate le attività di culto e negli ultimi dieci dovevano insegnare alle novizie. Trascorsi i trenta anni, le Vestali avevano assolto il loro compito ed erano libere anche di sposarsi, tuttavia molte decidevano di restare nel collegium ed erano sacerdotesse sino alla morte.
A capo del collegio era la Vestale Massima, la più anziana, a cui spettava di coordinare le attività all’interno del Collegium mentre il capo vero era il Pontifice Massimo.
I compiti delle Vestali erano semplici e fondamentali per la religiosità romana:
a) Il compito più importante era la cura del fuoco sacro che ardeva nel Tempio di Vesta, il fuoco simboleggiava la dea stessa e doveva ardere perennemente in quanto simbolo della perenne supremazia di Roma; le vestali vegliavano il fuoco a turno e se la vestale guardiana si addormentava ed il fuoco si spegneva, la punizione era durissima;
b) La custodia dei sacra nel penus Vestae, i cimeli sacri come il Palladio di Minerva che Enea aveva portato via da Troia, da cui dipendeva la supremazia di Roma sugli altri popoli, per questo loro incarico erano anche chiamate figlie sacre di Enea;
c) il compito di preparare la mola salsa, un impasto di farina di farro, di sale e di acqua sorgiva, usata come sostanza purificatoria degli animali che dovevano essere sacrificati; la stesso impasto invece se cotto era usato nella confarreatio, il matrimonio religioso dei patrizi ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 12/03/2016)