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Hortis Servilianis


Il primo a costruire un Hortus fu Lucullo era bellissimo e dalle colline scendeva verso il Campo Marzio.
Tutte le famiglie importanti avevano il loro Hortus e nel III secolo d.C. Roma era attorniata da una corona di verde segnando quasi un limite tra l’Urbe e l’ager; oltre gli Horti Luculliani, dove fu uccisa Messalina, ci sono gli Horti Lamiani, di Mecenate, di Agrippina, di Lucilla la madre di Marco Aurelio e altri ancora; di tutti gli Horti menzionati dai cronisti si conosceva l’ubicazione e gli studiosi li hanno ritrovati, tutti ad eccezione degli Horti Serviliani.
La storia degli Horti Serviliani è più “intrigante” della storia degli altri perché ancora oggi si sta cercando la loro esatta ubicazione, quasi una caccia al tesoro perché si sa da Plinio il Vecchio che il suo giardino era ornato di molte splendide statue greche e romane.
Ma oltre a queste notizie certe ci sono poi storie a metà tra la storia e la leggenda che risvegliano l’interesse.
Gli storici confermano la loro esistenza ed anzi danno anche indicazioni in grado di farli trovare; Svetonio, ad esempio, descrivendo i fatti prima della morte di Nerone, racconta che l’imperatore quando seppe della rivolta dell’impero andò in Hortis Servilianis che si trovavano in luogo “appartato”, vicino al Tevere, in direzione di Ostia, quindi si trovavano nella Regio XII e degradavano dalle pendici dell’Aventino verso l’ager.
Il Nibby riteneva che gli Horti si trovassero tra la via Ostiense e la Via Ardeatina perché le familiae usavano costruire i loro sepolcri nelle terre di proprietà e Cicerone raccontava che fuori di Porta Capena - dove appunto iniziava anche la Via Ardeatina - c’era il sepolcro dei Servilii che si trovava sui terreni di proprietà della famiglia addirittura dal 710 a.C. .
Altra importante testimonianza della corretta identificazione del sito può essere il decreto di confisca del 43 a.C. dei beni di Giunio Bruto (il figlio di Servilia che si ipotizza fosse figlio naturale di Cesare) che comprendevano anche quelle proprietà che erano pervenute a lui dallo zio materno Quinto Servilio Cepione, in quanto la discendenza maschile dei Servilii si era estinta.
Secondo quanto tramandato da Svetonio gli Horti Serviliani, od almeno una parte di essi erano stati regalati da Giulio Cesare alla sua amante di sempre Servilia Cepione.
Tutta l’area nei pressi dell’odierna Porta San paolo era di proprietà della gens Cornelia, un ramo degli Scipioni, ed era pervenuta a Cesare in eredità dalla sua prima moglie Cornelia Cinnilla che l’aveva avuta in dote, quando questa era morta di parto nel 76 a.C..
Ma perché Cesare dopo la morte di Cinnilla donò gli Horti a Servilia? Servilia era rimasta vedova di Marco Giunio Bruto nel 77 – giustiziato su ordine di Pompeo perchè si era schierato con Marco Emilio Lepido – e quasi sicuramente i suoi averi erano stati confiscati, il figlio era già nato nel 84 o 78; Servilia si risposò con Decimo Giunio Silano da cui ebbe tre figlie. Ma durante tutta la sua vita e nonostante i matrimoni non interruppe mai la sua relazione con Giulio Cesare che le fece sempre bellissimi regali e quindi potrebbe averle regalato anche i bellissimi Horti ereditati da Cinnilla.
La notizia certa, più antica sugli Horti Serviliani la riporta Tacito in relazione alla congiura del 66 d.C. in favore di Pisone quando il delatore Milico, liberto del congiurato Flavio Scevino, fornendo notizie riguardanti la congiura di Anneo Lucano, racconta che Nerone si trovava agli Horti Serviliani. Vi era andato ad abitare perché sapendo della congiura lo riteneva un luogo più sicuro e, per la vicinanza del Tevere, migliore per la fuga verso Ostia probabilmente utilizzando una delle navi presenti ai Navalia.
Indirettamente questo ci conferma che gli Horti erano diventati di proprietà del demanio statale già dal tempo della confisca a Giunio Bruto e che gli stessi confinano con il Tevere ponendoli quindi proprio lungo la Via Ostiense o Campana. Nerone vi tornò anche nel 68 quando arrivarono a Roma le notizie delle rivolte delle legioni nelle Gallie ed in Africa e, negli Horti, apprese la notizia della sua deposizione da parte del Senato e dopo aver fatto ogni tentativo sia di fuggire che di farsi uccidere essendo stato abbandonato da tutti pensò come ultima possibilità di uscire dalla sua villa ed andare a gettarsi nel Tevere che scorreva vicino agli Horti. Il racconto di queste ultime ore di Nerone fornisce le prove della vicinanza degli Horti al Tevere e di come fossero nella disponibilità dell'imperatore in quanto proprietà del demanio. Anche Vitellio vi soggiornò l'anno seguente perché era malato e, da un racconto di Tacito, sembra che potesse vedere una torre illuminata per un banchetto nella proprietà di Cecina Tusco. Le utime notizie che riguardano questi Horti risalgono al tempo dei Flavi e poi di Adriano, ad indicare che ancora all'inizio del II secolo d.C. erano ancora intatti.
Certo era che negli Horti Serviliani vi erano molte opere d’arte tra cui molti originali greci; racconta Plinio che “Romae Praxitelis opera sunt Flora, Triptolemus, Ceres in hortis Servilianis” e poi ancora la Vesta sedente di Skopas, l’Apollo in bronzo di Calamide, i Pugilatori di Doriclida, la statua dello storico Callistene di Amifistrato . Purtroppo nessuna di queste statue greche è arrivata sino a noi se non alcune come copia di età romana come “Flora“di Prassitele oggi al Museo Archeologico di Napoli ed ancora l’Apollo di bronzo di Calamide, conosciuto anche come Apollo dell’omphalos, in stile severo (rigido), di cui restano varie copie di età romana in marmo tra cui quella ai Musei Capitolini)...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.1 - 31/05/2016)