Login      FOLLOW US ON follow on Facebook follow on Twitter follow on Pinterest follow on Tumblr follow on Google Plus

Le perle, le imperatrici e le altre


Le Perle erano amatissime dai romani ed anzi uno dei portici che si affacciava sulla centralissima Via Sacra si chiamava proprio Porticus Margaritarias e lì avevano le loro tabernae i commercianti di perle.
I Romani conobbero la perla dopo il III secolo a.C.  e la denominarono "margarita",dal termine greco "margariths", forse derivato dalla radice 'marg-' (audacia,sprezzo del pericolo) che indicherebbe il coraggio di chi, per trovare le perle, si immergeva nelle profondità marine.
Le matrone ambivano possedere orecchini, detti crotalia (dal latino crotalium ovvero nacchere, dato il suono che le perle emettevano toccandosi), formati con il maggiore numero di perle possibile. Ma, soprattutto a partire dall’età augustea le perle erano usate non solo per i gioielli ma anche per ornare vestiti e calzari.
Il processo naturale di formazione delle perle – la crescita di strati perlacei intorno al nucleo formato da un corpo estraneo penetrato nell’ostrica - era ben conosciuto nell’antica Roma e Plinio lo descrive nel suo Naturalis Historia (libro IX, 56) spiegando che questo poteva avvenire solo quando in mare c’erano tempeste con tuoni e fulmini; questi tesori racchiusi nelle ostriche erano chiamate da Plinio “phisemata”. Proprio perché provenivano dal mare spesso le perle erano montate su monili che avevano linee stilizzate che ricordavano le onde.
Un esempio è in un diadema dove sono montate tre perle di eccezionale grandezza; il loro colore è definito dagli esperti bianco-crema-grigiastro, la forma è oblunga barocca e le loro dimensioni sono: mm 16.5 x 12 - 19 x13 – 19 x 12.
L’artigiano realizzò il diadema traforando un’unica lastra d’oro per ricreare il motivo delle onde e vi incastonò le perle dopo averne vuotato il centro ed aver fatto passare un filo d’oro per fissarle al castone.
La perle, sebbene già conosciute a Roma, cominciarono ad affluire in quantità nel I secolo a.C. con i grandi bottini di guerra; si racconta che nel trionfo celebrato da Pompeo - per aver debellato il Mare nostrum dal pericolo dei pirati, sconfitto i Parti, aver creato nuove provincie e spostato sempre più ad oriente il confine di Roma - sui carri tra le tante ricchezze sfilarono anche “... 33 corone di perle, una cappella o un tempietto dedicato alle Muse formata di perle con un orologio solare sopra; un ritratto di Pompeo formato anch’esso di perle ... ”.
Le perle divennero anche connotazione di appartenenza ad una classe sociale, infatti le classi meno abbienti non potevano permettersi di averle per il costo, ma nel I sec. a.C. durante il consolato di Giulio Cesare fu promulgata una legge che ne vietava l’uso ai ceti inferiori. Coerente con la sua posizione, Cesare alla sua amante di tutta la vita, Servilia, regalò una perla che costò 6 milioni di sesterzi – quando un legionario era pagato 900 sesterzi all’anno -.
Le perle erano un vero simbolo di ostentazione della ricchezza e per questo molto biasimate dai filosofi storici e da alcuni scrittori del tempo che riferiscono della follia delle donne per le perle, ed i gioielli in genere, (Tacito, Annali, III, 53) e che lamentano il grande sperpero di denaro per loro acquisto (Plinio, Storia Naturale, XII, 84) e a riprova di questo, nella Naturalis Historia, Plinio narra la leggenda della sfida vinta da Cleopatra contro Antonio per dimostrarle che una regina come lei avrebbe potuto servire un pranzo da 10 milioni di sesterzi.
La storia nei secoli ha colpito molti artisti che hanno interpretato nei dipinti la leggenda conosciuta come “La cena di Antonio e Cleopatra”, che la Regina d’Egitto avrebbe vinto facendo sciogliere in un bicchiere con aceto una perla del suo orecchino per poi berla. Anche gli scienziati si sono incuriositi alla leggenda e, seguendo le indicazioni di Plinio, hanno ripetuto l’esperimento e la perla si è sciolta - il carbonato di calcio della perla reagisce con l'acido acetico dell'aceto per produrre acetato di calcio, acqua e anidride carbonica – a dimostrazione che molte antiche leggende andrebbero riconsiderate.
Ma ci sono anche altre leggende sulle perle; le perle erano amate dalle dee e una leggenda racconta che , essendo le perle un dono caro a Venere, Giulio Cesare fece realizzare una corazza di perle pescate in Inghilterra per farne dono a Venere Genitrice a cui aveva costruito un tempio. La perla era considerata un frutto dell’amore e per questo cara a Venere, dea dell’amore e della fecondità.
Le donne della dinastia Giuli-claudia e dopo di loro le altre imperatrici fino a Teodora usarono le perle per i gioielli e diademi; oltre i semplici fili di perle che ornano i capelli come quello di Faustina minore che compare in un sesterzio, ce ne sono altri più ricchi di decorazioni. I tralci a volute erano molto apprezzati in età claudia e adrianea (Sabina); compaiono inoltre palmette, orli rifiniti con perle o con l’opus interrasile formato da fiori di loto e palmette, come nel diadema di Antonia Minore proveniente dal ninfeo di Baia.
Comunque tutte le donne romane amavano le perle; gli artigiani facevano spilloni ornati da perle con cui anche le donne dei ceti meno ricchi si ornavano i capelli e chi poteva, cercava di avere in regalo una linea margaritarum, quello che oggi si chiama “filo di perle”.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.1 - 13/05/2016)




Articoli correlati:

Bibliografia

  • Enrico Butini: Analisi gemmologica ed esame glittologico delle gemme. Osservazioni di tecnica costruttiva orafa. In “I monili dell’Area Vesuviana – “L’Erma” di Bretscheinder