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Via delle Zoccolette


Esisteva nel XVIII secolo un “Conservatorio delle zoccolette” voluto da Papa Innocenzo XII per “le giovinette che accattavano con pericolo di disordini”; il palazzo del Conservatorio che ha la sua entrata al n. 16, faceva parte dell’Ospizio dei mendicanti che era stato costruito, per volere di Sisto V, da Domenico Fontana nel 1587. L’istituto che alloggiava le “giovinette” all’inizio si chiamava “Conservatorio delle povere mendicanti dei Santi Clemente e Crescentino” e vi furono portate a vivere le trovatelle che erano ospitate nei Granai di Sant’Eligio sotto il Palatino perché il loro numero era aumentato notevolmente e la sistemazione di Via san Giovanni Decollato non era più sufficiente.

Per il mantenimento delle ragazze il Papa aveva stabilito una somma di 1000 scudi l’anno ma non erano sufficienti ed allora veniva insegnato loro a cucire e lavorare la canapa, il lino ed a realizzare un tessuto chiamato “fustagno” che era molto resistente. Vestivano modestamente con una tonaca marrone ed ai piedi, non potendo permettersi le scarpe, portavano gli zoccoli di legno e fu così che il popolo di Roma con commiserazione le chiamava “zoccolette”.
Le zoccolette erano le orfane che nessun parente voleva o poteva mantenere e le bambine “esposte”, ovvero lasciate appena nate alla ruota dei conventi; l’abbandono dei neonati era un fenomeno molto diffuso nel settecento che fu per questo chiamato “il secolo dei trovatelli”, ma già nel Medioevo l’abbandono dei neonati era una pratica diffusa e questi figli indesiderati venivano lasciati nelle ruote che nel XII secolo furono istituite presso le chiese ed i conventi per volere di Papa Innocenzo III.

Il Papa prese questa decisione dopo aver assistito al recupero dei corpicini di tre neonati dal Tevere, questi bambini erano il frutto delle gravidanze indesiderate di cui le prostitute si liberavano gettandoli nel fiume e, poiché la prostituzione era legale ma non l’assassinio dei neonati si ricorse alle “ruote” e ne furono montate molte a Roma ed in Italia dove si arrivò ad averne 1100. Le bambine quando crescevano potevano continuare a vivere nel “Conservatorio” lavorando nei laboratori che le religiose allestivano per la produzione di vestiti di fustagno, un tessuto molto resistente con cui si facevano i vestiti del popolo, ma per lo più venivano prese come domestiche nelle case dei benestanti e dei patrizi e spesso diventavano religiose e qualche volta riuscivano anche a sposarsi.
Ma non tutte le bambine potevano essere ospitate nel Conservatorio, infatti accadeva quello che nel Conservatorio di Santa Caterina della Rosa era una regola, potevano essere ospitate solo le “vergini miserabili” che erano belle e sane per cui le bambine non considerate belle o che presentavano deformità dopo i 12 anni venivano mandate fuori e dovevano arrangiarsi a vivere in strada. L’unica strada possibile era la prostituzione e quindi diventavano “prostitute pubbliche” che il popolo romano chiamava “zoccole” proprio per la loro origine ed “educazione”.

Il conservatorio rimase aperto fino a fine ottocento e fu una delle istituzioni a cui ricorse il popolino di Roma per secoli se lo ricorda anche Giuseppe Gioacchino Belli nel suo sonetto “La vedova co sette fiji” (1832) perché dei sette figli:

"Le tre femmine, Nina se n’annette,
Nannarella se l’è presa la nonna,
e Nunziatina sta a le Zoccolette
"





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 26/02/2016)