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I romani riciclavano il vetro


Il vetro ha storia antichissima e nell’Antica Roma era un materiale diffusissimo sia negli impieghi più semplici che in quelli “artistici”. Nelle domus patrizie il vino si beveva in calici di vetro, i profumi e gli unguenti avevano contenitori di vetro e le finestre delle case avevano vetrate.

Fino al I secolo a.C. la produzione del vetro faceva riferimento a quei paesi come Egitto e Siria dove come racconta Plinio, secondo la leggenda si scoprì la tecnologia del vetro.
Grandi cambiamenti ci furono quando la vittoria di Ottaviano su Antonio decretò in qualche modo la fine dell’ellenismo o di quella che fu anche chiamata “Asiatica Luxuria” quasi un innamoramento per tutto quanto era di provenienza greca o assimilabile a quella cultura; il vetro fino al quel momento viene prodotto utilizzando quali componenti indispensabili il natrum ricavato da un solo sito, i piccoli laghi salati di Wadi an Natrun in Egitto, e le sabbie del fiume Belus ( attuale Nahr Naaman) in Palestina, per cui le officine di produzione primaria erano concentrate nell’area di Cesarea in oriente mentre i blocchi di materiali vetrificato venivano poi commerciati in tutte le altre zone dell’impero.
All’inizio del I sec. d.C. venne introdotta la tecnica della soffiatura che sostituì laboriosi e costosi procedimenti di colatura e formatura a caldo; in questo periodo iniziò anche ad essere prodotto vetro incolore, ricercato per realizzare oggetti di migliore qualità.

La nuova tecnica richiedeva la capacità dell’artigiano e la disponibilità di materie prime, si diffuse così il fenomeno dei vetrai ambulanti che si spostavano dove c’era richiesta dei loro prodotti. Si cominciarono a produrre gli oggetti più diversi ed anche la loro qualità poteva essere molto dissimile tanto che gli oggetti in vetro erano accessibili quasi a tutti.
La numerosità degli oggetti – bicchieri, vasi, boccettine, specchi, vetri – e la loro fragilità favorì l’avvio di un altro commercio che non avremmo immaginato; nel I sec. c’erano degli “ambulator” che giravano per le città cercando di farsi dare i vetri rotti. Queste attività sono testimoniate dalle parole di Stazio (40-96 d.C.), “comminutis permutant vitreis gregale sulpur”, e di Marziale , “Transtiberinus ambulator, qui pallentia sulpurata permutat vitrei”; i vetri rotti venivano acquistati e pagati con zolfo grezzo: era già nato il riciclo del vetro. La consuetudine di riciclare il vetro era così diffusa che gli archeologici la considerano uno dei motivi del numero limitato di rinvenimenti di manufatti in vetro ed infatti, quelli che è possibile ammirare oggi provengono in maggioranza da corredi funerari di Pompei e di Ercolano, dove la cenere del Vesuvio ha cristallizzato la vita quotidiana.

A Roma furono aperte delle officine per la lavorazione del vetro come testimonia il forno da vetro rinvenuto all’interno della Crypta Balbi in pieno Campo Marzio.
I piccoli artigiani ricercavano i vetri da riciclo perché la loro lavorazione richiedeva un più basso punto di fusione con un notevole risparmio di combustibile; a partire dall’età flavia esisteva un vero e proprio commercio del vetro rotto come è dimostrato anche dal carico rinvenuto in alcuni relitti, quali quelli di Grado (II secolo d.C.) e di Serçe Limani, sulle coste meridionali della Turchia (XI secolo).





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 08/07/2015)




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