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Figurae Veneris


Nell’Ars Amatoria Ovidio racconta delle posizioni amorose chiamandole mille modi Veneris; nelle intenzioni il poeta vuole spiegare come deve essere governato l’amore fornendo delle “ricette” che altro non sono che tecniche per procurare piacere; in queste che possiamo definire lezioni di tecnica amorosa, sicuramente Ovidio si sarà anche ispirato alle figurae Veneris.
I suoi contemporanei si scandalizzarono per il contenuto dell’opera, ma non perché tratteggiava in versi pratiche sessuali anche eterogenee, quanto perché per primo poneva come soggetto delle stesso la coppia, quindi non più solo l’uomo ma anche la donna perché Ovidio è convinto che il piacere è completo quando tutte e due gli amanti vi partecipano.
Nella vita reale della Roma Imperiale molte matrone sicuramente rivendicavano ed ottenevano la loro partecipazione all’atto sessuale al fine del loro piacere, ma era cosa diversa che un poeta importante come Ovidio declamasse questo loro diritto negli auditoria e nei convivi.
Nella riservatezza delle domus il piacere e le pratiche sessuali erano invece parte della vita quotidiana, basti pensare agli affreschi nelle case di Pompei che raccontano come i loro abitanti traessero ispirazione proprio dalla raffigurazione delle posizioni erotiche, ma ancora di più come vivessero con naturalezza quanto era connesso con l'atto sessuale che diventava elemento decorativo anche di oggetti semplici dai vasi alle lucerne anche se la rappresentazione, soprattutto degli attributi maschili e femminili aveva un significato simbolico legato soprattutto alla fecondità.
In Grecia già si era assistito ad un tentativo di elevazione poetica di descrizione di scene erotiche rappresentate in obscenae tabellae da parte di due poetesse, Philainis ed Elephantis.
Filenide, o Philainis, aveva scritto un vero e proprio trattato erotico dove le “figurae”, posizioni dell'amore, erano descritte direttamente e per essere ancora più chiare erano accompagnate da illustrazioni. I carmi erotici di Elephantis accompagnati dalle illustrazioni erano molto diffusi nella Roma imperiale; Svetonio (Vita di Tiberio, lib. 43) racconta che anche Tiberio nel villa di Capri aveva fatto preparare alcuni cubicula con affreschi, statuine e:

"... librisque Elephantidis instruxit, ne cui in opera edenda exemplar imperatae schemae deesset ..."
... i libri di Elefantide, perché a nessuno nell'amplesso mancasse il modello della posa che gli ordinava di prendere ...

Tenere nelle stanze da letto i molles libellis di Elephantis era comunque un’abitudine diffusa nella Roma della prima età imperiale se Ovidio nei Tristia può scrivere:

"Scilicet in domibus nostris ut prisca virorum
Artificis fulgent corpora picta manu
Sic, quae concubitus varios Venerisque figuras
Exprimat, ex aliquo parva tabella loco.
"

Come è vero che nelle nostre case degli antichi eroi
splendono le immagini dipinte dalla mano di un artista
così, la rappresentazione di varie pose e scene d'amore;
si trova, su una piccola tavola in qualche angolo.

A partire dal I sec. a.C. nella aristocrazia romana, al pari di quella greca, risolto il problema “civile” di procreare per avere degli eredi, quando non si considerava la sessualità una pratica religiosa, veniva vissuta come espressione artistica seconda la sensibilità soggettiva.
L’amore per la cultura ellenistica non tralascia anche l’interesse per l’arte erotica, come arte per produrre il piacere, il più alto possibile ed il più a lungo possibile. I modi che conducono al piacere passano per conoscenze che devono essere disponibili e questa è la ragione per cui si diffusero i molles libellis che hanno la strana particolarità di avere come autori solo donne ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 26/06/2016)




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