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Sulpicia, poesia ed erotismo


I poeti a Roma non avevano una vita facile, dovevano avere un protettore, un Mecenate ed i più fortunati furono quelli che vissero nel I secolo dell’Impero quando i convivi erano rallegrati dalle declamazioni di Virgilio, Ovidio, Catullo, Marziale che componevano carmi inneggianti alle virtù, alla patria ma anche ai sentimenti e soprattutto all’amore. Ma dell’amore cantarono anche delle poetesse che sono ricordate entrambe con il nome di Sulpicia.

Durante il regno di Augusto visse una Sulpicia, figlia di Servio Sulpicio e di Valeria, sorella di Marco Messalla Corvino che scrisse delle elegie; era un’aristocratica che respirava l’atmosfera della cultura dello scrivere nel circolo letterario che si riuniva intorno allo zio.
L’altra Sulpicia visse al tempo di Domiziano, in una Roma più ricca e forse meno moralista, era passato un secolo dal tentativo di Augusto di restaurare gli antichi costumi.
Le notizie su di lei sono quelle fornite da Marziale che la presenta come un suo “doppio” femminile, per come i suoi versi davano espressione all’elemento erotico nella poesia d’amore.

Marziale parla di Sulpicia in due epigrammi del libro 10, entrambi in endecasillabi, da questi sappiamo che i versi d’amore di Sulpicia sono per il suo sposo Caleno a cui rivolge appassionati pensieri erotici. Egli riteneva che i versi di Sulpicia dovevano suggerire agli sposi il giusto modo di vivere il loro rapporto ed infatti così scriveva:

"Omnes Sulpiciam legant puellae,
Uni quae cupiunt viro placere;
Omnes Sulpiciam legant mariti,
Uni qui cupiunt placere nuptae."

"Leggano Sulpicia tutte le ragazze
che vogliono piacere soltanto al loro uomo,
leggano Sulpicia tutti i mariti
che vogliono piacere soltanto alla loro sposa"

Tutto quanto sappiamo di Sulpicia lo racconta poi Marziale nell’altro epigramma dove racconta che il matrimonio con Caleno durò quindici anni, mentre non si sa nulla dei rapporti di Marziale con Sulpicia e suo marito, ma sicuramente frequentavano lo stesso circolo letterario.
Come accadde per Saffo, Sulpicia deve la sua sopravvivenza ad un commento fortuito , quello di Giorgio Valla, un grammatico del quattrocento che ritrovò i suoi versi ricopiati in un manoscritto assieme a quelli di Giovenale; in quel frammento, Sulpicia fa un’audace e provocatoria proclamazione del desiderio femminile e di soddisfazione sessuale ed è questo che colpì tutti gli studiosi che si sono interessati al testo. Questi sono i versi di Sulpicia:

"Si me cadurci restitutis fasciis
nudam Caleno concubantem proferat"

"Se, una volta riparate le cinghie per il materasso,
[soggetto mancante] mi mostrasse nuda a letto con Caleno"

Questi due versi parlano di un letto che si è rotto per i focosi rapporti tra gli sposi e di un Sulpicia che si accosta nuda a Caleno;: era una disinibita provocazione sessuale anche per i costumi di Roma Imperiale, ancor più da parte di una donna all’interno del rapporto coniugale.
Sulpicia era comunque una poetessa molto conosciuta negli ambienti letterari romani e alcuni studiosi sono del parere che può aver influenzato altri poeti come ad esempio Properzio; la sua ispirazione sarebbe stata merito di Thalia, la Musa della poesia leggera ed anche del teatro tanto che uno degli oggetti che la rappresentano è la maschera.

Ma questo legame con Thalia non è rivendicato da Sulpicia, le viene assegnato non solo dai poeti suoi contemporanei, ma anche e soprattutto da Ausonio, da Properzio e dai studiosi quattrocenteschi che pur dovendola riconoscere la relegano ad un ruolo minore non tanto per l’argomento dei suoi componimenti, quanto per il fatto stesso di essere donna.

L’autorevolezza di Sulpicia è stata confermata dalla Sulpiciae Conquestio, un poemetto ritrovato una prima volta nel XV secolo, poi andato perso nuovamente e poi ritrovato nel 1950 in una raccolta di epigrammi anonimi ma che è stato possibile attribuirle proprio per il riferimento ai versi erotici che conteneva. Il componimento è una denuncia per la decisione di Domiziano di allontanare i filosofi, nominando tra questi anche Caleno, da Roma. Il poemetto sviluppa la narrazione come dialogo con la Musa Calliope a cui espone la sua preoccupazione per le scelte del re “degenerato” Domiziano che sta allontanando i filosofi da Roma, ricorda poi i diversi atteggiamenti di Scipione Emiliano e di Catone il Censore di fronte alla cultura e filosofia greca (positivo il primo, negativo il secondo), dopo di che si passa a considerare la questione se sia più probabile che Roma possa prosperare di più se deve combattere contro le avversità oppure in periodi di opulenza; ma è nella chiusa che Sulpicia si rivela, chiede a Calliope se lei e il marito Caleno debbano lasciare Roma o meno. Calliope, basandosi sull’autorità di Apollo e delle Muse, la rassicura, preannunciandole che la fine di Domiziano è vicina.
E’ proprio per l’autorevolezza che veniva riconosciuta alla Sulpicia Conquestio che Ausonio, Sidonio e Fulgenzio, consideravano Sulpicia come l’unica scrittrice latina degna di menzione in mezzo ai più celebri autori maschi.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 17/11/2015)