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Statue romane come pietre preziose


Una pietra lucente e dura che i romani, come gli egizi prima di loro, utilizzarono per realizzare statue che dovevano superare il tempo: la basanite.
Non fu mai considerata un marmo nero perché è molto più dura del marmo in quanto la sua composizione presenta un’alta quantità di quarzite, è compatta, poco porosa e Plinio la paragonò al ferro. Per la classificazione geologica moderna è un’arenaria metamorfica, per gli antichi egizi era la pietra di Bekhen con cui realizzavano le statue dei Faraoni, per il greci era  basanites lithos e per i romani basaniti lapidis.
 La pietra di Bekhen fu usata come pietra di paragone per provare l’oro e non solo per la durezza ed il colore della prima che ne facilitano la stima anche ad occhio nudo, ma anche per il fatto che le cave di Bekhen e l’oro si estraggono da formazioni geologiche sempre limitrofe.
   Plinio nella Naturalis Historia così definisce la basanite:
"Invenit eadem Aegyptus in Aethiopia quem vocant basaniten, ferrei coloris atque duritiae unde et nomen ei dedit"
Il suo colore va dal marrone scuro (ferrei coloris) fino a un bel verde oliva che fa apparire la superficie dei manufatti molto simile alla superficie in bronzo patinato.

Fino a qualche tempo fa si riteneva che in antichità esistesse una sola cava di pietra di Bekhen identificata nel Uadi Hammamat del Deserto Orientale Egiziano, tuttavia gli studiosi moderni per la grande quantità e per le dimensioni di alcune statue e altri manufatti, erano convinti che ci fosse un’altra cava molto più grande di quella conosciuta. Le indicazioni preziose sono state trovate nel cosiddetto Papiro di Torino che era stato acquisito da Drovetti nel 1820; il papiro era stato trovato nella Tomba dello scriba Amenakhte, architetto di corte di Ramses IV (XII Sec. a.C.) e riporta una mappa geologica lunga tre metri ed alta quaranta centimetri che indicava dove si trovavano le “Montagne dell’Oro”, le cave di granito e le “Montagne della pietra di Bekhen” . Sebbene alcune interpretazioni considerino la mappa come indicativa del sito di Uadi Hammamat, lo storico lapideo Dario Del Bufalo è del parere che si tratti di un’altra zona mineraria localizzata nell’Alto Egitto in un sito denominato Uadi Allaki da cui fu estratta la pietra di Bekhen nell’era tolemaica ed in quella romana.

Per cavare questa pietra venivano organizzati delle vere spedizioni con eserciti formati anche da migliaia di uomini che usavano carri trainati da buoi per estrarre e poi trasportare gli enormi blocchi da cui furono ricavate le statue come l’Ercole alto quasi 3 metri della Galleria Nazionale di Parma, o la scultura femminile panneggiata al Palazzo dei Conservatori a Roma (2 metri e mezzo), L’Apollo Farnese di Napoli (2.40 metri) od anche le famose enormi vasche nel Cortile Ottagono dei Musei Vaticani e della Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma (3 metri ca.).
Per la particolare durezza e difficoltà di lavorazione di questa pietra gli studiosi ritengono che almeno nella fase iniziale di utilizzo di essa a Roma gli oggetti fosse realizzati e rifiniti direttamente in Egitto ad Alessandria; qui esistevano officine specializzate che furono attive fino al periodo costantiniano quando erano molto richiesti dalla corte imperiale soprattutto ritratti e sarcofagi, ma a partire dal II sec. a.C. artisti egiziani avevano aperto le loro officine a Roma e dopo il 31 a.C., quando l’Egitto divenne Provincia Romana sotto il diretto controllo di Augusto, il loro numero aumentò molto. Secondo gli studiosi raramente arrivavano a Roma blocchi di cava, in prevalenza erano semilavorati che avevano necessità solo di opere di rifinitura; per la lavorazione non veniva usato il tornio ma la sega, inoltre il taglio avveniva anche con l’uso di attrezzi a percussione quali picconi, punte, scalpelli, mazzette litici e la lavorazione finale era la politura che avveniva per abrasione a mezzo di arenarie e silice.

Gli oggetti più importanti venivano realizzati direttamente nei pressi della cava dove si trasferivano le squadre composte da scalpellini e guidate anche dagli ingeneri; per le statue imperiali era l’artista che si trasferiva in cava con i progetti approvati.
Per gli oggetti più generici come le vasche o i sarcofagi esisteva un processo di lavorazione a più fasi, almeno 6 di cui le prime due in cava, nelle successive due i semilavorati erano ulteriormente sgrossati in officine presso il porto d’imbarco ad Alessandria o all’arrivo a Portus da cui ripartivano poi via fiume per essere sbarcati all’Emporium. Questa zona nel Medioevo prenderà il nome di Marmorata perché si rinvenivano frequentemente blocchi sbozzati o sculture semilavorate; qui si trovava la sede della Statio Marmorum dove i funzionari imperiali controllavano e gestivano la merce.

Le opere in basanite, sia elementi architettonici come le vasche che la statuaria o altre opere plastiche sono state ritrovate quasi esclusivamente a Roma proprio perché la basanite come il porfido era un materiale prezioso; il suo uso era quasi appannaggio esclusivo degli imperatori.
Molte sono le statue imperiali realizzate in basanite tra le più famose il ritratto di Livia Drusilla oggi al Louvre, il busto di Germanico che si trova al British Museum, ed anche il Giulio Cesare all’Altes di Berlino.
A Roma nei Musei Capitolini ci sono due splendide statue in basanite a figura intera, l’Agrippina Orante che si trova alla Centrale Montemartini e l’Ercole bambino che fu rinvenuto sull’Aventino.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 25/09/2015)