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Le statue colorate


L'archeologo ed erudito tedesco Johann Winckelmann nella seconda metà del XVIII secolo affermò che le statue dei grandi maestri greci e romani dovevano essere bianche perché il bianco era il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Da questa affermazione nacque un singolare fraintendimento che è durato quasi due secoli, tutti, studiosi e amanti dell’arte erano convinti che le statue greche e romane fossero rigorosamente bianche.
Ma, sul finire del ‘700, ci furono casi in cui si andò anche oltre e statue greche e romane che presentavano presenza di coloritura furono sottoposte ad accurate “lisciature ad acido” per riportarle al supposto candore originario.
Non tutti gli storici e critici dell'arte erano però d'accordo con Winckelmann, infatti l'archeologo ed erudito francese Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy sosteneva che nelle statue la colorazione era stata sempre utilizzata e citava anche testimonianze di fonti antiche come Plinio il Vecchio, Pseudo Aristotele, Teofrasto ed anche Vitruvio (Libro VII) che fornivano anche descrizioni dettagliate sulle materie prime, sui procedimenti per la preparazione ed anche sui prezzi.
Già alla fine dell'Ottocento in Germania cominciarono le prime ricerche per provare la teoria della colorazione delle statue ma solo le nuove tecniche con l'uso dei raggi ultravioletti e ad infrarosso sono riuscite a rivelare in modo inoppugnabile la presenza di pigmenti colorati.
Una statua che ha rivelato caratteristiche inaspettate è quella di Augusto ritrovata nella Villa di Livia a Prima Porta che al momento del ritrovamento nel 1886 presentava evidenti tracce di colore che indussero Ludwig Fenger a tentarne una ricostruzione grafica; con il passare del tempo a causa dell'esposizione alle luce i colori sbiadirono ed anche l'interesse per la policromia della statua.
Nel corso di un recente restauro effettuato nel Laboratorio dei Musei Vaticani la statua è stata fotografata a luce ultravioletta ed è stato possibile vedere presenze di colore, non visibili ad occhio nudo; il colore infatti ha frequenze luminose diverse sia dal marmo che dalle incrostazioni calcaree o dalle stuccature di gesso che risultano di colore blu acceso.
I colori sono stati trovati sulle vesti, sui dettagli della corazza, sui capelli e sui dettagli degli occhi, ma non sulla pelle, né sul fondo della corazza che mantenevano il colore e la trasparenza del marmo di Paros. Le molte tracce trovate sul marmo hanno permesso di ricostruirne la colorazione del mantello che era rosso e fatta non con terra d’ocra ma con pigmenti vegetali, la lacca di garanza, estratta dalle radici della robbia; questo pigmento non copriva la lucentezza del marmo bianco e conferiva al tutto una straordinaria brillantezza.
Ma in realtà i colori utilizzati sono di più, sei o sette; dalla fritta alessandrina o blu egiziano usata per il manto del Cielo sulla corazza, per gli elementi metallici come la ruota del carro del Sole ed i finimenti dei cavalli, una parte delle pteryges della corazza di Marte e il suo elmo, per una parte dele strisce di cuoio della corazza di Augusto ed altro; ; Il rosso della lacca di garanza che colora, oltre il manto dell’imperatore, una parte delle stesse strisce di volte mescolato col carminio, il cuoio e le vesti di personaggi sulla corazza; un rosso a base di ocra per la tunica dell’imperatore e le labbra (il “rossetto”); un bruno “terra di Siena per i finimenti in cuoio dei cavalli del carro del Sole, i calzari di Marte, le insegne romane, mentre un bruno più chiaro è stato utilizzato per tutti i capelli, dell’imperatore e dei personaggi sulla corazza infine Il giallo (ossidi di piombo) solo sulle frange ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.1 - 29/08/2016)