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Raffaello Sanzio a Roma


Quando arrivò a Roma nel 1508 Raffaello aveva 25 anni ed aveva lasciato Firenze dove stimato ed apprezzato aveva dipinto soprattutto ritratti e pale d’altare i cui soggetti preferiti erano le Madonne e la Sacra Famiglia. Nell’Urbe fu chiamato da papa Giulio II della Rovere il quale voleva che le pareti delle stanze che aveva scelto come suo alloggio privato fossero dipinte dall’artista che aveva incantato Firenze. Vasari racconta che nella chiamata avesse in qualche modo influito Donato Bramante, a Roma dal 1504 per lavorare alla nuova basilica di San Pietro, che non solo era nato anche lui ad Urbino ma era anche un parente di Raffaello essendo figlio di un cugino.
Bramante morì settantenne nel 1514 e molti degli incarichi che erano suoi, passarono a Raffaello, infatti Papa Leone X lo nominò responsabile dei lavori per la costruzione di San Pietro a cui si aggiunse l’incarico per la realizzazione delle logge dei palazzi Vaticani sul cortile di San Damaso.
Come racconta il Vasari, Raffaello quando giunse a Roma

“cominciò nella camera della Segnatura una storia quando i Teologi accordano la filosofia e l’astrologia con la teologia, dove sono ritratti tutti i savi del mondo che disputano in vari modi; sonvi in disparte alcuni astrologi che hanno fatto figure sopra certe tavolette e caratteri in varii modi di geomanzia e d’astrologia, et ai Vangelisti le mandano per certi Angeli bellissimi, i quali Evangelisti le dichiarano”,
Papa Giulio II voleva dare un chiaro segnale di cambiamento per distaccarsi completamente dalle scelte che lo avevano preceduto e soprattutto dal pontefice che lo aveva preceduto Alessandro VI la cui condotta era stata deprecabile.
Nelle intenzioni del Papa quella stanza era destinata ad essere la biblioteca ed il suo studio privato e da questo uso a cui era destinata dipesero le scelte iconografiche con tre scene che rappresentassero il Vero, il Bene ed il Bello e che furono realizzate nelle tre grandi pareti mentre nella volta, in quattro tondi sono rappresentate le figure allegoriche della Teologia, Filosofia, Giustizia e Poesia.
Quando si trovò a dover iniziare il suo lavoro nella Stanza della Segnatura - che prendeva il nome d’essere stata la sede del tribunale “Segnatura Gratia ed Iustitiae” che era presieduto dal pontefice -, Raffaello forse ebbe qualche scrupolo perché il Papa diede disposizioni affinché i suoi affreschi coprissero l’opera di altri grandi artisti che l’avevano preceduto. Così le pennellate di Raffaello andarono a coprire anche opere di Luca Signorelli, il Perugino, il Bramantino, il Sodoma, Lorenzo Lotto e Baldassarre Peruzzi di cui non è rimasta alcuna traccia o menzione descrittiva.
Nel contempo Raffaello pensava ai soggetti che meglio potessero rappresentare gli argomenti che il teologo del Papa, Tommaso Inghirami detto Fedra, che presto sarebbe diventato il Prefetto della Biblioteca Vaticana, gli andava suggerendo, ovvero le tre categorie che dovevano ispirare l’essere umano: il Vero, il Bene, il Bello.
Per realizzare il lavoro Raffaello raccolse intorno a sé quella che sarà conosciuta come la Scuola di Raffaello, composta non di scolari ma di artisti che in gran parte aveva formato lui stesso per avere “quel corteggio che lo accompagnava nell’andare alla corte” e che sembra arrivasse anche a cinquanta persone che il Vasari definisce “tutti valenti e buoni”. Tra gli allievi di Raffaello tra gli altri vi fu Giulio Romano, “gran disegnatore”, che avrebbe poi preso la guida della Scuola alla morte di Raffaello e completato il lavoro realizzando la Sala di Costantino ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 27/12/2016)