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La “testa monocroma” di Villa Farnesina


Uno dei misteri più intriganti della Roma del Cinquecento riguarda un bellissimo disegno monocromatico che si trova in una lunetta della Stanza di Galatea a Villa Farnesina, villa di chiaro stile rinascimentale che si trova alla pendici del Gianicolo e prende il nome dal Cardinale Farnese che la acquistò dai Chigi alla fine del Cinquecento.
Il progetto della villa era stato affidato da Agostino Chigi, detto il Magnifico, a Baldassarre Peruzzi che nel 1509 diede l’avvio ai lavori; lo stesso Peruzzi iniziò ad affrescare le logge della villa rinascimentale che aveva costruito lungo la riva destra del Tevere, ma nel 1511 Agostino Chigi chiamò Raffaello per dipingere sulle pareti delle logge con dei temi gentili che inneggiassero al suo amore per Francesca Ordeaschi, la bellissima e raffinata cortigiana veneziana che diventerà poi sua moglie.
Raffaello nella Villa ideò il ciclo pittorico della Loggia di Amore e Psiche che decorava le volte del grande loggiato dove Agostino Chigi intratteneva i suoi ospiti con rappresentazioni teatrali e balli ed anche la loggia a lato affacciata sul giardino dove, in uno dei campi parietali, dipinse la ninfa Galatea.
Il soggetto dell’affresco diede il nome alla loggia nella cui volta Baldassarre Peruzzi dipinse il cielo astrale del giorno di nascita di Agostino Chigi, mentre le lunette furono dipinte da Sebastiano del Piombo con scene mitologiche ispirate alle Metamorfosi di Ovidio, tutte eccetto una. La particolarità dell’affresco di questa lunetta è sia nel soggetto, che non ha alcun legame con gli altri temi presenti nella loggia, sia nell’utilizzo inconsueto del monocromatismo; queste “stranezze” da subito alimentarono un chiacchera collegata alla competizione che si sapeva esistere tra Raffello e Michelangelo, e che gli stessi alimentavano di commenti sussurrati, e che è poi divenuta leggenda.
Secondo la leggenda Raffaello, geloso delle invenzioni della sua arte, copriva sempre i lavori finchè non erano terminati e questo suscitò la curiosità e l’interesse del suo concorrente più prestigioso, Michelangelo che un giorno, fingendosi un inserviente, si introdusse nella Loggia della Villa per guardare il lavoro di Raffaello e pur ammirando il lavoro del rivale volle lasciare un segno del suo passaggio ed allora vedendo una lunetta ancora vuota vi tracciò al carboncino una gigantesca testa di giovane. Quando Raffaello ritornando al suo affresco vide la testa capì chi l’aveva disegnata e sebbene infastidito per l’intrusione ordinò che nessuno la cancellasse.
Ma se la leggenda vuole che la lunetta monocromatica sia stata dipinta da Michelangelo, la storia suggerisce la sua attribuzione proprio al Peruzzi che probabilmente fece un esperimento sulla scia di quanto già era incline a realizzare Andrea Mantegna che nella Cappella degli Ovetari a Padova aveva realizzato il proprio autoritratto monocromatico. Mantegna era un genio sperimentatore che già si era esercitato anche nell’uso monocromatico del colore nelle “grisaglie”.
Tuttavia quella delle teste gigantesche monocromatiche sembra proprio un vezzo di alcuni pittori di fine quattrocento visto che nella stessa Cappella degli Ovetari si trova, in pendant con l’autoritratto di Mantegna, anche quello del suo collega Nicolò Pizzolo che nella stessa cappella aveva lavorato negli anni 1449-1450 arrivando anche a scontrarsi con il Mantegna che accusava di ingerenze. Anche lui dipinse il proprio autoritratto, una firma autografa del lavoro compiuto.
Il ritratto monocromatico come rappresentazione di sé che il pittore lascia vicino al proprio proprio lavoro, sembra una interpretazione convincente proprio per la similitudine delle opere di pittori così diversi.
Altri pittori lasciarono loro autoritratti monocromatici anche se si accontentarono di cartoncini come supporto, così come fece Leonardo da Vinci nella famosa sanguigna del 1515.
Ma tornando alla Testa di Giovine della Loggia di Galatea, non appare impossibile che la testa monocromatica sia proprio opera di Baldassarre Peruzzi, se non addirittura un autoritratto, che avrebbe potuto realizzarla con il consenso di Raffaello stesso del quale fu grande amico tanto che nel famoso dipinto “Autoritratto con un amico” è molti probabile che l’amico rappresentato sia proprio Baldassarre Peruzzi.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 10/05/2016)