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Publilio Siro, mimografo latino


Come molti scrittori, poeti e drammaturghi dell’antica Roma, Publilio Siro non era romano ma uno schiavo affrancato, un liberto. Era originario di Antiochia, la sua data di nascita è posta nel 93 a.C., ed era stato portato a Roma come schiavo siriano nel 83 a.C..
Le sue capacità dialettiche furono apprezzate dal Publius Servilius Rullus, suocero di Cicerone, suo patrono, che gli diede la libertà e di cui il siriano assunse il patronimico Publilio. La storia di come da schiavo siriano divenne liberto è legata ad una vicenda occorsa quando ancora era uno schiavo fanciullo: il suo padrone vedendo un altro schiavo affetto da idropsia che prendeva il sole davanti alla casa domandò al ragazzo cosa stesse facendo, e ricevendo come pronta risposta “Scalda l’acqua” fu molto colpito dalla prontezza di spirito del giovane a cui concesse la libertà ed introdusse nei convivi romani per rallegrare le serate dell’aristocrazia romana. Ormai libero, Publilio, dopo aver fatto esperienza nei teatri di Roma prese a girare la penisola italica rappresentando i suoi mimi.

Negli anni Publilio divenne un mimografo molto apprezzato e conosciuto, componendo dei testi che non solo si rifacevano alle figure tipiche della commedia - la donna infedele, il marito tradito e beffeggiato, il giovane amante, il ruffiano, ... - con dialoghi licenziosi ma che, soprattutto, avevano battute e facezie allusive alla vita politica. Il pubblico romano amava questo tipo di rappresentazioni e succedeva anche che ci fossero dei rappresentanti delle classi alte che si dilettavano nella composizione, come fu per Decimo Laberio che era un cavaliere.
Laberio era molto noto per le sue composizioni o mimi che oltre a riprendere i temi della commedia classica, erano anche trattazioni irriverenti degli usi e costumi del suo tempo e non mancava la satira politica che prendeva a bersaglio molti degli uomini di potere. Le sue frecciate non risparmiavano neppure Giulio Cesare che in occasione delle rappresentazioni teatrali che fecero parte dei festeggiamenti per la vittoria nella battaglia di Tapso combattuta contro l'esercito guidato da Giuba, il re di Numidia, spinse Laberio – che in quanto cavaliere non si era mai esibito nei teatri - a salire sul palcoscenico accettando una sfida che era stata lanciata proprio da Publilio Syro. Macrobio riferisce che Cesare promise un premio a Laberio ma, soprattutto lo mise nella condizione di non poter rifiutare.

Di questa sfida rimane il prologo di Laberio:

"Chi potrebbe tollerare che io opponga un rifiuto a colui che neppure gli dei poterono mai negare qualcosa? A sessant'anni, vissuti senza macchia, io esco dalla mia casa cavaliere Romano e vi torno mimo ..."

La sfida fu vinta da Publilio Syro ma Laberio proprio da quel palcoscenico e alla presenza di Cesare, pronunciò frasi audaci: “Ormai, o Quiriti, libertà perdiamo” e “Deve temere molti colui che molti temono”.
Macrobio riferisce che Cesare, dopo la gara, consegnò il premio promesso e restituì la dignità di cavaliere a Laberio donandogli il simbolico anello d’oro e aggiungendo con una certa ipocrisia: “nonostante io parteggiassi per te, sei stato vinto da Siro”.
Nelle gare teatrali i due contendenti gareggiavano proponendo ognuno un tipo di composizione a cui dovevano vicendevolmente rispondere, o cambiando le parole o i contenuti: erano vere contese verbali che furono riprese anche nel Medioevo di cui è un esempio il dialogo tra Marcolfo e Salomone.
Si potrebbe considerare una sorta di spettacolo di cabaret ante-litteram che aveva i suoi ammiratori e sembra che siano stati questi a raccogliere le prime locuzioni per utilizzarle poi nel corso dei convivi; la diffusione era tale che lo stesso Publilio Syro fu indotto a scriverne arrivando a circa 700 che furono raccolte sotto il titolo “Sententiae". Questo scritto appare come un insieme di sentenze morali che devono essere da esempio sia per la società sia per lo stesso autore; le circa settecento massime, ciascuna della lunghezza massima di un rigo hanno a tema i principia della vita. Molte di queste sentenze sono diventate celebri nell'ambito della letteratura latina classica e tra queste si ricordano ad esempio:

"Brevis ipsa vita est, sed malis fit longior"
(La vita in sé è breve, ma i mali la fanno allungare)

"Fortuna vitrea est, tum cum splendit, frangitur"
(La fortuna è come il vetro, così come può splendere, così può frangersi)

"In nullum hominem avarus bonus est, in se pessimus"
(L'avaro non fa del bene a nessuno, ma fa a sé stesso il male peggiore).

Publilio Syro morì nel 43 a.C. a Roma ma i cronisti suoi contemporanei non si interessarono a lui, l’unico storico che racconta di Publilio Syro, la sua vita, la sua attività di drammaturgo scrittore e le sue opere è Ambrogio Teodosio Macrobio ne ”I Saturnalia”.
Da buon attore si è ripreso nei secoli la fama che il suo tempo negava alla memoria dei mimi; già un secolo dopo, nel 40 d.C., Seneca il Vecchio apprezzava le “Sententiae” e le usava anche per l’insegnamento elevandole a “locuzioni morali”.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 07/02/2016)




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