Login      FOLLOW US ON follow on Facebook follow on Twitter follow on Pinterest follow on Tumblr follow on Google Plus

Le ninfe dell’isola galleggiante


Nell’Alta Sabina, il più grande bacino idrografico d’Europa, già gli antichi vi avevano posto il regno delle divinità delle acque fluviali e Plinio aveva nominato nemora Vacunae, il Bosco di Vacuna, la grande distesa silvestre dei monti che si trovavano attorno al Lacus Cutiliae; Vacuna era la dea sabina delle acque, della natura, dei boschi e della fertilità, ma era anche la dea del riposo.
Nel Nemora Vacunae vi era una sorgente da cui sgorgava acqua salutare che andava ad alimentare un lago chiamato Lacus Cutiliae (oggi Lago di Paterno) dove le acque medicamentose della sorgente creavano un paesaggio particolare. Il Lacus Cutiliae era comunque misterioso perché non si vedeva da dove l'acqua affluisse e come ne uscisse poiché non si vedevano fiumi, oggi si sa che il laghetto era alimentato da una flusso d'acqua sotterranea che sale dai suoi 54 metri di profondità.
De Lacus Cutiliae racconta anche Varrone in un'opera perduta e, per la sua posizione nella penisola italica, lo identifica come umbelicus Italiae, epiteto che oggi è passato alla città di Rieti, ma la vera particolarità del lacus è nelle caratteristiche delle sue acque che ancora in tempi arcaici erano interessate dalla presenza di piccole bocche eruttive che portano in superficie fango, sali minerali e gas da condotti di vulcanici antichissimi e ricollegabili ai più recenti vulcani sabbatini ed albani. Oggi questi fenomeni danno vita alle Salinelle di Paterno, sito naturalistico trascurato almeno quanto il Lacus Cutilae era preservato e luogo di culto nell'antichità.
Un tempo il lacus Cutiliae, era alimentato da una sorgente salutare sacra a Vacuna. Al centro dello specchio d’acqua c’era, come narra Varrone, un’isola galleggiante formata da incrostazioni calcaree su residui vegetali, su cui aveva sede il culto delle Lymphae Commotiles
Dionigi di Alicarnasso ci racconta che l’isola aveva un diametro di cinquanta piedi ( circa 15 metri) e non era più alta di 20 centimetri; Seneca, nelle Naturales Questiones (III, XXV, 10) fornisce anche una spiegazione della misteriosa isola galleggiante:

"... perciò anche se sull'isola ci sono dei sassi, ti renderai conto che sono corrosi e porosi come quelli formati da un liquido che solidifica, soprattutto sulle rive delle fonti medicamentose dove le sostanze in sospensione sulle acque si uniscono e la schiuma si solidifica: è inevitabile che sia legge ciò che è composto di vento e di vuoto".

Macrobio racconta come sull’isoletta, che si era formata su zolle galleggianti di fango rappreso su cui era cresciuta della boscaglia, fosse stato edificato dal popolo che si era trasferito nella valle, i Pelasgi, un tempio dedicato a Dite ed un’ara dedicata a Saturno a cui venivano fatti sacrifici umani. Il mito racconta che fu Ercole, mentre tornava dalla Spagna, a far cambiare i riti sacrificali in cerimonie in cui agli dei venivano offerte statuette antropomorfe e lumi accesi.
In questa isola galleggiante vivevano le Limphae Commotiles, leggere come l'isola su cui vivevano e che Lucrezio descrive come “sicure tracce di forme, che dovunque volteggiano in sottile tessuto né si possono vedere ad una ad una”. Erano divinità legate alle acque sorgive, soprattutto termali e curative e le Lymphae Commotiles dovevano il loro nome proprio al fatto di vivere in un’isola galleggiante ( cum moto → in movimento) ed erano le divinità oracolari dell’antico popolo Sabino. Queste divinità sono proprie del popolo sabino e l’origine della parola lympha che le definisce è sconosciuta; potrebbe essere stata Lumpa o Limpa, comunque relativa a limpidus, aggettivo che significa “chiaro, trasparente”, e di solito attributo riconducibile alle acque ...



Per leggere tutto l'articolo iscriviti!



di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 30/05/2016)