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Culto della Bona Dea


Secondo uno dei miti fondanti di Roma mentre stava tornando dall’Iberia con i buoi rubati a Gerione, Ercole si fermò alle pendici dell’Aventino per bere ad una delle fonti ma fu allontanato da Carmenta che, con le altre donne di Roma, stava celebrando il rito in onore della Bona Dea, un rito da cui gli uomini erano esclusi. L’età è quella degli Arcadi e già il culto della dea madre è vivo a Roma, a lei è dedicato un tempio prima di ogni altro dio e, se Carmenta è la sua sacerdotessa, il culto della dea proviene come questa dalla Grecia.
La Bona Dea onorata da Carmenta prima di divenire la Magna Mater era l'arcaica divinità anatolica conosciuta come Grande Madre Idea, dea della natura, degli animali e di ogni luogo e non poteva che essere così visto che Carmenta con suo figlio Evandro era arrivata nel Latium da Pallantio città dell'Arcadia.
La Magna Mater aveva però già un suo posto nella storia mitica di Roma: il suo nome era Fausta o Fauna, moglie o figlia di Fauno il mitico semidio figlio di Pico; ci sono più versioni della sua storia tra cui quella di Lattanzio in cui Fauna è moglie di Fauno e comunque ancora una donna e conduce una vita casta e pura, vive chiusa in casa tanto che nessuno oltre Fauno ha mai potuto vederla o parlarle né conoscerne il nome. Un giorno Fauna trova una brocca di vino e ne beve finendo ubriaca; viene poi sorpresa dal marito Fauno che la punisce colpendola con rami di mirto finchè muore.
L’altra versione del mito vede Fauna come figlia di Fauno che vuole sedurre la figlia che gli resiste; prima tenta di sottometterla picchiandola con il mirto poi la fa ubriacare ma non riuscendo a farsi accettare, alla fine si trasforma in serpente e raggiunge il suo scopo.
Come accadde ad altre divinità arcaiche , anche Bona Dea fu assimilata ad una divinità greca, Damia il cui culto da Egina, Sparta e Tera sbarcò nella penisola italica con i coloni greci di Taranto e dopo la conquista dei Romani nel 272 a.C. arrivò a Roma.
La ricongiunzione della semplice divinità arcaica dei romani con la potente e complessa divinità dei greci si concretizza attraverso il nome e, se nei templi e nelle edicole è la Bona Dea, nel chiuso del riti riservati alle sole donne diventa Damia., quasi questo fosse il suo nome segreto di divinità femminile. Damia era la divinità della fertilità e dell'abbondanza molto venerata insieme ad Auxesia, dea della rinascita primaverile che nel mito è la figlia, così che nel tempo queste divinità furono assimilate a Demetra e sua figlia Persefone, creando un nesso tra Demetra e la Bona Dea.
Bona Dea era una dea enigmatica e potente e soprattutto, era la dea delle donne il cui culto gli uomini dovevano rispettare ma non vi erano ammessi, fatto assolutamente unico nella maschilista cultura romana.. Il mistero del culto alimentato dall'esclusione degli uomini si colora anche di magico per la dimensione extraurbana; l'ara della dea si trova in una selva in cui una grotta ed una sorgente ricordano i santuari oracolari arcaici e rivelano il vaticinio tra le prerogative di Bona Dea che avrà tra i suoi appellativi anche quello di Fatua ...

Divinità della fecondità, della terra, della donna e dea salutare e salutifera Bona Dea è venerata in molti luoghi sia pubblici che privati; il numero e la varietà delle sue epiclesi : Agrestis, Hygia, Nutrx, Pagana, Oclata evidenziano la poliedricità dei suoi aspetti e la facile assimilazione con divinità preesistenti del mondo salutare.
Il culto della Bona Dea è riservato alle donne; fedeli e sacerdotesse sono solo donne, magistrae e ministrae ma comunque solo se univirae e libere come lo era stata la Dea quando ancora sembiante della moglie/figlia di Fauno; a loro sono affidati riti pro populum,, ovvero propiziatori per lo stato romano che come tali possono essere riti misterici con l'imposizionene di tabù e prescrizioni rituali motivati da un complicato mito eziologico e sui quali i versi di Properzio e Giovenale e le pagine di Macrobio e di Plutarco tentano di dare indicazioni:

Femineae loca clausa Deae, fontesque piandos Impune et nullis sacra retecta viris”.

“Un recinto alla Dea femminilee acque da purificare e sacre cerimonie mai ad un uomo impunemente rivelate”.
(Propertio. Elegiae10, 25)

Sacra Bonae maribus non adeunda Deae”.
(Iuvenalis, Saturnalia 6, 314)

Più che le fonti letterarie per tentare di capire come si svolgevano I riti sono utili i ritrovamenti archeologici che testimoniano come i riti del culto di Bona Dea erano in genere svolti in luoghi chiusi entro un recinto dove oltre all'ara per i sacrifici vi erano anche portici ed edifici dove erano conservate le sacra suppellex che oltre le augustae mensae ovvero le tavole su cui venivano deposti cibi, bevande ed altre offerte destinate alla divinità, comprendevano i troni e i vasi. In questi luoghi era bandito il mirto poichè il padre Fauno aveva tentato di indurla a cedere fustigandolaa con un ramo di quell'arbusto; anche il vino era vietato perchè con quello Fauno l'aveva ubriacata ed allora il vino in suo onore era offerto sotto il nome di lac nel recipiente detto mellarium ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 12/10/2016)