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Il cristallo di rocca


Era la pietra consacrata a Giunone perché tra i suoi mille poteri c’era quello di convogliare le energie positive e di far emergere le capacità di ognuno.
Il cristallo di rocca  ebbe in età romana un pregio assai elevato. Importanti criteri di valutazione del cristallo di rocca erano naturalmente la trasparenza e la mancanza di inclusioni: se i cristalli non erano perfettamente limpidi venivano utilizzati per farne oggetti lavorati ad arte con decorazioni che ne dissimulassero le impurità, si preferiva non decorare quelli senza difetti; il massimo valore veniva dall’assoluta trasparenza, i più ambiti dovevano essere non del colore non della spuma ma dell’acqua limpida.
Il quarzo ialino, dal greco Krystallos yalos,ovvero cristallo trasparente, è un tipo di quarzo completamente incolore e deve essere perfettamente trasparente per meritare il nome di cristallo di rocca.
Il cristallo di rocca era utilizzato per preziose sculture tra l’età giulio-claudia e quella severiana ed aveva un valore commerciale elevatissimo; Plinio fornisce notizie di una trulla (boccale con il manico per il vino) ricavata in un blocco di cristallo di rocca che era stata pagata l’astronomica cifra 150.000 sesterzi ed anche di un blocco di cristallo di rocca del peso di 48 chili che Livia offrì come dono votivo nel Capitolium.
Il cristallo di rocca era considerato degno del rango imperiale perché una volta rotto non era più riparabile come spiega Plinio nella sua Historia Naturalis: crystallina, quorum accendit fragilitas pretium fragmenta sarciri nullomodo queunt; venivano anche realizzate coppe e calici per gli imperatori, sembra che usassero calici di cristalli Nerone e Lucio Vero.
A sottolineare l'importanza che veniva attribuita al cristallo di rocca è il suo impiego proprio nei simboli del potere come lo scettro imperiale ritrovato durante uno scavo in un sito del suburbio romano che le fonti non hanno potuto identificare. Lo scettro è del tipo scipio eburneo, quello che secondo Dionigi di Alicarnasso fu introdotto a Roma da Tarquinio Prisco, era corto in osso/avorio e sormontato da un'aquila; lo scipio eburneo in età repubblicana veniva tenuto in mano dal vincitore durante il Trionfo mentre in età imperiale erano il console o l'imperatore che lo utilizzavano per la proclamazione della pompa circensis e per dettarne i tempi. Lo scettro che si trova nel Museo di Villa Giulia è composto da due cilindri in osso uniti da un anello di cristallo di rocca, il tutto sormontato da una testa d'aquila in caldedonia lavorata a tutto tondo.
Ma gli orafi dell’antica Roma facevano anche dei gioielli meravigliosi con il cristallo di rocca, tra questi una dei più belli è quello conosciuto come Anello di Carvilio. L’anello rappresenta un giovane riccioluto di diciotto anni, Carviliu Gemellus, che morì avvelenato con l’arsenico ed il cui corpo è stato ritrovato in un ipogeo a Grottaferrata nei pressi di Roma.
L’anello raffigura il giovane Carvilio e lo portava la madre, Ebuzia, per ricordare quel figlio morto troppo presto; Ebuzia morì anni dopo il figlio e fu sepolta vicino a lui nella tomba conosciuta come Tomba delle ghirlande perché ambedue i corpi, ritrovati nei loro sarcofaghi erano adornati con ghirlande di viole, rose e lilium perché ambedue morirono sull’inizio dell’estate ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.1 - 16/02/2017)