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Le Valche dell’Almone


Il fiume sacro di Roma era l’Almone che riversava le sue acque nel Tevere dopo aver lambito le propaggini dell’Aventino e proprio alla confluenza dei due fiumi, ogni anno, avveniva la cerimonia della lustratio della statua della Magna Mater. Con la decadenza dell’impero romano subì un drastico cambiamento e se la ricchezza di sorgenti e risorgive ne aveva fatto il luogo dei Ninfei e delle Ambulatio, nell’XI secolo divenne il luogo “ubi fullones candificant pannos cum tribus molendinis qui ibidem sunt”.
C’erano quindi delle mole che venivano usate nelle fulloniche per la lavorazione dei panni di lana.
Questa trasformazione del sito avvenne per la grande abbondanza di acqua del fiume e per la grande richiesta di questi panni da parte degli abitanti di Roma che nel corso del Medioevo andarono crescendo per l’aumentare delle congregazioni religiose; aumentarono anche le Corporazioni dei “lanari” e la loro attività fu regolamentata. Lungo l’Almone sorsero molte di queste fabbriche che furono chiamate “valche” perché sfruttavano il movimento naturale dell’acqua per lavare le lane. Il termine valca deriva dalla lingua longobarda in cui “walkan” significa rotolare con riferimento al movimento dei rulli utilizzati per lavare la lana.
Seppure lungo l’Almone ci sia stata la maggiore concentrazione di queste fabbriche, nel XVI secolo il papato istituì dei contributi perché queste fabbriche sorgessero anche in altri luoghi; fu aperta una valca nei pressi della Fontana di Trevi ed addirittura il Colosseo fu trasformato in lanificio dove non solo avvenivano le lavorazioni ma vi erano state ricavate anche le abitazione per i lavoranti.
Lo sfruttamento delle acque dell’Almone è testimoniato già nel 1081 anche se in quel periodo il fiume sacro dell’antica Roma veniva chiamato Marrana, corruzione del nome Acqua Mariana che assunse nell’Alto Medioevo quando si considerò una prosecuzione di un piccolo affluente; tuttavia solo in un documento del 1470 si trova un’indicazione dei luoghi “ubi fullones candificant pannos” e l’edificio viene indicato con il nome di valca con cui sarà poi indicato: “... cum domibus valcha acta ad valchandum ortis nemoribus pantanis ... extra portam Latinam in l.q.d. Lamarmore ...”.
L’ elemento che favorì la presenza delle valche fu la disponibilità di materia prima ovvero di lana di pecora, infatti l’ager romanus è sempre stato terra di pastorizia con una vocazione per l’allevamento ovino e quindi con notevole produzione dei velli di lana.
Nei “casali” così venivano chiamate le aziende agricole, nell’Alto Medioevo la produzione era caratterizzata da una integrazione tra cerealicoltura ed allevamento, ma dal XIII secolo si verificò un progressivo abbandono dei terreni seminati e la loro trasformazione in pascolo. La crescita di Roma e le richieste del suo mercato rendevano vantaggioso l’allevamento che poteva dare più risorse: il formaggio, la carne e la lana.
Il fattore determinante del cambiamento fu la crescita demografica; infatti, dopo che Roma tornò ad essere sede del papato, aumentarono i suoi abitanti molti dei quali erano benestanti provenienti da fuori ed impegnati nelle attività della Curia e chiedevano di poter acquistare carne e pellami e lana. Nel XV secolo al mercato di Roma affluivano circa 25.000 ovini l’anno per la sola macellazione e da questa discendeva un fiorente mercato sia dei pellami che della lana ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 30/04/2016)