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Tito Imperatore: amore e delizia del genere umano


La frase di Svetonio "Amor ac deliciae generis humani" esprime quanto pensarono dell’Imperatore Tito i suoi contemporanei ed anche il giudizio che danno di lui gli storici, princeps optimus.
Nato nel 39 d.C., già dalla sua giovinezza visse il clima dell'imperium, infatti fu compagno di studi e di giochi di Britannico, il figlio di Claudio, sembra che fosse con lui quando fu avvelenato e mentre l'amico morì, lui rimase a lungo infermo per aver bevuto lo stesso veleno. Non ancora ventenne fu tribuno militare in Germania e Britannia, nel 60 d.C. tornò a Roma come questore, nel 67 seguì il padre Vespasiano inviato da Nerone a sedare la ribellione dei Giudei. Acquisì esperienza durante i due anni sotto la guida di Vespasiano e quando questo fu acclamato imperatore e tornò a Roma, Tito rimasto in Giudea seppe portare a termine la guerra: conquistò Gerusalemme, il Tempio fu distrutto e migliaia di giudei fatti schiavi. Al suo ritorno a Roma nel 71 gli fu concesso il Trionfo a cui partecipò con Vespasiano.
Sotto di lui fu più volte console, censore e prefetto della guardia pretoriana.

Non era preceduto da buona fama; era creduto avido perché aveva sostenuto la dura politica fiscale di Vespasiano – che aveva trovato le casse dell'erario vuote -, crudele perché aveva eliminato gli oppositori del padre, dissoluto perché s'intratteneva fino a notte tarda con amici conviviali, lussurioso perché conviveva con Berenice di Cilicia, la figlia di Erode Attico.
Nel 79 AD morì Vespasiano e Tito, erede designato, divenne imperatore: smentì tutti i suoi delatori, allontanò i compagni di gozzoviglie, rimandò Berenice in Oriente, confermò cariche e privilegi a senatori, fece elargizioni al popolo, organizzò giochi e si astenne dal pronunciare sentenze di morte.

Gravi avvenimenti sconvolsero da subito il suo impero: l'eruzione del Vesuvio, il grande incendio dell'80 che distrusse molta parte di Roma ed il ripresentarsi di un'epidemia che falcidiò la popolazione. Di fronte a ciò Tito si dimostrò un governante attento alle necessità del suo popolo: appena saputo dell'erezione del Vesuvio, mandò dei consolari in Campania con viveri e denaro per i superstiti ed ordinò di distribuire i beni di quelli che erano morti senza eredi (Svetonio, De Vita Caesarum). Passato il pericolo i curatores furono incaricati di valutare gli interventi necessari perchè la popolazione potesse ritornare a vivere a Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis, ma dovettero constatare che la distruzione era tale che non c’era nulla da fare e conveniva abbandonare le città. I pochi superstiti furono trasferiti in aree meno danneggiate e rese di nuovo abitabili; nonostante gli sforzi di Tito la regione era talmente distrutta che solo al tempo di Adriano (120 d.C.) il sistema viario tornò efficiente.

L’anno seguente, 80 d.C., ci fu il grande incendio di Roma che scoppiò mentre Tito si trovava in Campania a coordinare gli aiuti del dopo eruzione. Cassio Dione racconta che "bruciò il tempo di Iside, i Saepta, il tempo di Nettuno, le terme di Agrippa, il Pantheon, il Diribitorium, il teatro di Balbo, il palco del teatro di Pompeo, gli edifici e le biblioteche di Ottaviano, e il tempio di Giove Capitolino con i templi circostanti." Ed inoltre tenta anche una spiegazione: "Sicuramente il disastro non ebbe origine umana, ma divina", ma non è da escludere che l'incendio fosse stato appiccato da qualcuno ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 12/05/2015)




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