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La Theriaca, l’antidoto degli imperatori

La Theriaca, l’antidoto degli imperatori

Quando le legioni romane ormai avevano sconfitto il suo esercito, Mitridate re del Ponto per suicidarsi dovette farsi pugnalare perché il veleno non poteva ucciderlo; durante tutta la vita aveva assunto il potentissimo Mitridatium, un miscuglio di molti veleni, messo a punto dai medici di corte, un antidoto contro ogni tentativo di avvelenamento. Per Mitridate l'assunzione del Mitridatium rappresentava una protezione contro i tentativi di essere eliminato da qualche parente o dignitario che aspirava al trono.
Quando Pompeo Magno seppe dell'esistenza di un simile “medicamento” ne volle la ricetta che riportò a Roma e fu tradotta in latino da Pompeo Leneo; il “mitridato”si diffuse rapidamente a Roma. Nel I secolo d.C. Andromaco il Vecchio, il medico di Nerone, rielaborò la ricetta e vi aggiunse carne di vipera che ne migliorò la qualità ed assunse un nuovo nome Theriaca derivato dal termine “therion” che in greco significa vipera. Nerone assumeva regolarmente la Teriaca e per morire anche lui si fece trafiggere con la spada.
L'uso della Theriaca si diffuse rapidamente anche tra i patrizi che temevano di essere avvelenati da qualche erede impaziente; questo doveva essere una consuetudine abbastanza diffusa se Giovenale in una delle sue Satire metteva i guardia: “Attenti giovani rampolli destinati a una ricca eredità, badate a voi, nessun cibo è sicuro: astioso in ogni fetta di torta può scorrere il veleno della matrigna“.
Sembra comunque che il prezioso antidoto risalisse al tempo di Alessandro Magno e che la ricetta fosse stata elaborata dopo che Lisimaco, già guardia del corpo di Alessandro, era diventato satrapo di Tracia partendo dalla scoperta di una pianta che da lui prese il nome di Lysimachia.
In botanica è una pianta da giardino dai fiori gialli a cui l'erboristeria riconosce delle proprietà vulnerarie, cioè capaci di far cicatrizzare le ferite, oltre che diuretiche e detersive; è anche conosciuta come erba soldina(ita), hierba de moneda (esp) derivando dal latino Lysimchia Nummularia, dalla parola nummus, una moneta romana di cui la sua foglia ricorda la forma.
Alcuni dei più noti medici dell’antichità scrissero della teriaca come Xenocrate di Afrodisia (I sec. D. C.); anche Plino parlò della Theriaca, ma con il suo solito scetticismo scrisse (Naturalis Historia XXIX, 24): “Si dà il nome di teriaca a una preparazione inventata per sfoggio. Vi entra una congerie sterminata di ingredienti; e pensare che la natura fornisce tanti rimedi, ognuno dei quali basterebbe a guarire da solo“.
La ricetta della Theriaca di Andromaco è anche riportata nello scritto “De teriaca ad Pisonem” in cui si sosteneva che era sufficiente assumerne ogni giorno una certa quantità per essere protetti dai più potenti veleni. L Senza alcun dubbio l’attenzione maggiore per la Theriaca la ritroviamo negli scritti di Galeno (138-201 D. C.)che ne studiò la formula e la usava considerandola alla stregua degli altri medicamenti: il risultato del processo alchemico di fermentazione per cui tutte le droghe che venivano mescolate “morivano” con le loro proprietà per rinascere in un nuovo farmaco con caratteristiche diverse e migliorate rispetto alle droghe da cui era composto.
Galeno fu il medico dell'imperatore Marco Aurelio che assumeva regolarmente la Teriaca per prevenire possibili avvelenamenti.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 29/11/2019)