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Spolia Opima


I romani erano vires militares e la condotta valorosa in guerra comportava riconoscimenti morali e materiali. Non bastava solo essere coraggiosi ma si doveva anche dimostrare di essere valenti, ovvero che le azioni di guerra condotte in modo mirabile ottenevano il risultato sperato: la vittoria.
Ma non tutte le vittorie erano uguali, vi erano vittorie per le quali il Senato riconosceva al generale il "trionfo"; il trionfo non era solo il massimo riconoscimento a cui poteva aspirare un magistrato romano, era il riconoscimento di un valore superiore quasi divino. Ci furono consoli che si inventarono guerre e generali che ordinarono carneficine per ottenere un trionfo perché i romani avevano anche una scala di grandezza per le vittorie e l'unità di misura erano il numero di nemici uccisi: un trionfo richiedeva che fossero almeno 5.000.
Il trionfo era una marcia trionfale, dove un corteo accompagnava il vincitore, che guidava una quadriga di cavalli bianchi, era vestito come un dio e portava una corona d'alloro ed era preceduto dal nemico vinto, dal bottino di oggetti preziosi e schiavi e dalle spolia, le armi tolte al nemico.

Ogni monumento romano che celebri una vittoria ha tra i simboli della vittoria riportata le spolia ovvero armi ed oggetti personali che erano stati del capo dei nemici, ma vi era un riconoscimento particolare la spolia opima; era un altissimo onore che il Senato riconosceva solo al comandante dell'esercito che aveva personalmente ucciso in duello il re avversario, quasi una emulazione dello scontro tra campioni di due popoli. Il comandante in capo era il campione del suo esercito che combatteva sul campo insieme ai suoi soldati e riusciva ad annientare il nemico e ad uccidere personalmente il suo alter ego: il trionfatore si recava al Tempio di Giove Feretrio e consacrava al dio le spolia opima del re nemico; negli altri casi la consacrazione delle spolia veniva fatta al tempio di Marte o di Giano.

Nell'intera storia di Roma solo tre volte il trionfatore ha potuto consacrare a Giove le armi tolte al nemico vinto; il primo fu Romolo che, dopo due anni dalla fondazione di Roma, in battaglia uccise Acrone re dei Ceninensi e consacrò le armi del re sconfitto sull'ara dedicata a Giove Feretrio che era stata da poco costruita sul Palatino.
Il rito sarebbe nato proprio con Romolo e Plutarco, nella sua "Vita di Romolo", così descrive come egli fece il trofeo:

"Romolo tagliò all'interno dell'accampamento romano una quercia molto grande, dandole la forma di un trofeo e vi appese le armi di Acrone ...".

Il senato riconobbe la spolia opima nel 437 a.C. al pretore Aulo Cornelio Cosso che sconfisse ed uccise Lars Tolumnius, il re di Veio, nella battaglia di Fidene che fu una vittoria di Roma anche se non risolutiva per il conflitto tra Roma e Veio.
Le gesta di Cornelio Cosso sono state descritte da Tito Livio:

" ... mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell'asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati dall'uccisione del re".

Cornelio Cosso guidò personalmente la quadriga su cui erano issate le spolia opima di Tolumnio fino al Tempio di Giove Feretrio acclamato dal popolo di Roma; ma i romani anche nel trionfo non dimenticavano le sconfitte e Cornelio Cosso dedicò le spolia opima di Tolumnio a Quinto Fabio Vibulano, il capo dei 306 Fabi trucidati dai Veienti nella battaglia di Cremera.
Solo ad un altro condottiero il Senato riconobbe le Spolia Opima: Marco Claudio Marcello, lo stesso che Tito Livio ha definito "La spada di Roma".

Nel 222 a.C. era stato nominato console insieme a Cornelio Scipio Calvo e si trovò a fronteggiare il tentativo di invasione da parte dei Galli Insubri che, con un esercito di 30.000 uomini, attraversarono il Po ed attaccarono la fortezza romana di Clastidium (oggi Casteggio, Pavia). La battaglia si svolse sotto le mura di Clastidium e qui il console Marcello, individuato dalle insegne, tra i nemici il loro capo si lanciò contro di lui e dopo un duro duello riuscì ad uccidere Virodomaro.

Plutarco nelle "Vite parallele" racconta lo scontro fra Marco Claudio Marcello e Virodomaro, re dei Galli Gesati, e pur non potendo dubitare dell'avvenimento, in quanto è stata ritrovata l'epigrafe che testimonia la consacrazione delle Spolia Opima a Giove Feretrio - si possono avanzare perplessità su reale svolgimento del duello che assomiglia moltissimo a quello tra Cosso e Tolumnio descritto da Tito Livio.
Con la fine della Repubblica cambiarono le modalità di attribuzione delle Spolia Opima; con Augusto il comandante in capo era sempre l'imperatore anche se era lontano dal campo di battaglia, i suoi generali lo rappresentavano e così Marco Licinio Crasso (nipote del triumviro Crasso) pur avendo ucciso in duello il re dei Bastarni nel 29 a.C., non ottenne il riconoscimento delle spolia opima per l'opposizione di Augusto che, probabilmente, era legata piuttosto anche a motivi personali. Comunque, questo costituì il precedente e dopo il riconoscimento delle spolia opima non fu più concesso.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 07/08/2015)




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