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Lo scandalo dei baccanali del 186

Tabula bronzea con senatusconsultum de bachanalibus, II sec. a.C. -  Vienna, Kunsthistorisches Museum

Una delle più importanti iscrizioni di età repubblicana che siano state ritrovate è il Senatusconsultum de bachanalibus, scoperto nel XVII secolo nel territorio di Bruttium (odierna Calabria), è un editto emesso dai consoli dell’anno che recepirono le regole indicate come opportune dal Senato di Roma e così dalle Idi di ottobre del 186 a.C. furono vietati i riti orgiastici nei Bacchanalia.
In quell’anno erano consoli Quinto Marcio e Spurio Postumio, che già erano intervenuti ad interrompere i riti dei seguaci di Dionisio che per il loro stesso carattere inducevano gli adepti a comportamenti non tollerabili secondo l’etica romana, ma poi decisero di far diventare legge l’indicazione data dal Senato di Roma, il Senatusconsultum, e da applicarsi in tutta la penisola Italica.
L’antefatto per cui si giunse a questo provvedimento è stato raccontato da Tito Livio (Ab Urbe condita Lib. XXXIX), almeno per quanto riguarda i personaggi implicati e per la dinamica degli eventi mentre da considerare criticamente sono le descrizioni del fenomeno religioso in cui i Bacchanalia si inquadravano. La narrazione di Tito Livio sembra a tratti una commedia che si svolge con i ritmi della tragedia dove personaggi reali interagiscono con personaggi creati dalla fantasia dello storico in nome di un semplice opportunismo politico.

Nec unum genus noxae, stupra promiscua ingenuorum feminarumque erant, sed falsi testes, falsa signa testamentaque et indicia ex eadem officina exibant: venena indidem intestinaeque caedes, ita ut ne corpora quidem interdum ad sepulturam exstarent. Multa dolo, pleraque per vim audebantur
E non uno solo era il genere di colpa, le violenze colpivano senza distinzione uomini liberi e donne; ma falsi testimoni, falsificazione di sigilli, testamenti e prove uscivano dalla stessa bottega, e sempre di lì venefici e massacri interni, talmente segreti che talvolta non rimanevano neppure i corpi per la sepoltura. Molto si osava con dolo, di più con la violenza

L’ambientazione è quella dei lucus dell’Aventino, zona dell’Urbe dove i plebei divenuti ricchi con i commerci, avevano le loro domus ed i loro templi e nei suoi lucus (boschetti) erano soliti incontrarsi più volte nel mese gli adepti di Dionisio. Tuttavia secondo il racconto di Livio i riti dionisiaci non ebbero grande diffusione fino a quando non giunse a Roma una sacerdotessa campana, Paculla Annia a cui sembrano imputabili alcune modifiche tra cui la più importante è che i riti non furono più riservati solo alle donne ma aperti anche agli uomini.
Il culto di Dionisio era arrivato a Roma già dal IV secolo a.C. dopo il contatto con le città della Magna Grecia; all'inizio fu assimilato al dio arcaico Libero che era considerato come lui il dio della forza primigenia della vita. Esistevano delle feste in cui veniva celebrato Liber, queste cadevano il 17 marzo in primavera ed il 15 ottobre in autunno durante la vendemmia. Questa divinità arcaica che univa in sé elementi del femminino e del mascolino subì poi uno sdoppiamento in Liber Bacchus e Libera che andarono a costituire con Demetra la triade plebea che aveva come suo luogo di culto l'Aventino in contrapposizione al Campidoglio dove era la triade patrizia Giove-Giunone-Minerva.
I riti delle sacerdotesse ed adepte del culto non contemplavano la presenza dei maschi come nei riti arcaici di Carmenta che avvenivano proprio nel lucus sull'Aventino e la cui frequentazione era vietata ai maschi come ebbe a fare esperienza lo stesso Ercole quando nei tempi arcaici si trovò a passare per Roma. Pacullia Annia invece si faceva affiancare nelle celebrazioni dai suoi due figli aprendo così anche agli uomini e proprio un uomo fu il perno dello scandalo che portò al Senatoconsultus.
Nel suo racconto dello scandalo, Tito Livio attinse le informazioni da Valerio Anziate e fornisce anche i nomi di coloro che vi furono coinvolti; la vicenda aveva come vittima inconsapevole un giovane di nome Ebuzio che per compiacere la madre Duronia,ed al patrigno Sempronio Rutilio aveva l'intenzione di aderire anche lui al culto e di sottoporsi ai riti iniziatici; la madre , già seguace dei riti dionisiaci officiati da Paculla Annia, sosteneva di aver fatto voto a Dionisio di far divenire adepto il giovane se lo avesse protetto durante una grave malattia...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 29/01/2018)




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