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Le monete dell’antica Roma


La prima monetazione della storia di Roma, secondo una leggenda, fu voluta da re Numa Pompilio e la moneta si chiamò nummo, dal sua nome, nella realtà al tempo di Re Numa il commercio era ancora per lo più di scambio; le monete cominciarono ad essere usate quando si intensificarono gli scambi con gli altri popoli anche per l’opera dei mercanti che risalivano il Tevere.
Sembra che la prima moneta sia stata coniata nel 573 a.C. durante il regno di Servio Tullio ed era una pezzo di bronzo e vi potevano essere raffigurati od un bue od una pecora, gli animali domestici oggetto degli scambi più frequenti in ogni mercato. Proprio dagli animali domestici, detti pecus deriva il nome arcaico delle monete: pecunia.

Queste prime monete non avevano forma rotonda ma erano dei pezzi di bronzo grezzo ed oggi sono indicati con il nome di Aes Rude le monete senza alcuna grafica e con il nome di Aes Signatum le barre su cui erano incisi disegno od iscrizioni; la prima Aes Signatum romana risale al V sec. a.C. e presenta l’iscrizione “Romanom”, ovvero dei Romani.
Dall’incontro con gli altri popoli scaturì anche la necessità di adeguare la forma e così si passò alla forma tondeggiante delle monete già in uso dal V secolo a.C. in Grecia e tra i popoli della Magnagrecia e gli Etruschi. Nacque così l’Aes Grave, che presentava figure e/o iscrizioni sia sul dritto che sul rovescio.
L’Aes Grave pesava 1 libbra, ben 272 gr, e spesso veniva anche usato nelle fusioni di altri oggetti, almeno fino a quando il suo valore nominale non superò quello reale. La prima monetazione romana era quindi basata sull’Asse che aveva sia sottomultipli che multlipli, uno di questi era il dupondio di bronzo che pesava ben 2 libre ma c’era anche il decussis di bronzo che pesava 10 libre; queste erano monete per depositi più che da usare negli scambi quotidiani.

La Repubblica Romana era costretta ad usare queste monete poco maneggevoli perché disponeva di poco argento e poco oro; con le prime conquiste potè disporre di metalli preziosi e la monetazione divenne “leggera”; con la riduzione del peso delle monete queste non furono più fuse ma battute.
Augusto decise di riformare la monetazione romana istituendo un cambio fisso tra le monete in oro, argento, bronzo e rame con dei valori stabiliti in base al tipo di metallo ed alla sua percentuale sul peso totale della moneta.
Oltre l'aureo e le sue frazioni indicate in tabella, esistevano poi il quinarius aureo ed il quinarius d’argento che valevano la metà rispettivamente dell’aureo e del denario.
Queste monete erano il denaro che si usava in tutto l’Impero Romano e lo fu sino alla riforma di Diocleziano all’inizio del IV sec. d.C., sia pur con progressive variazioni del valore e titolo dei metalli; la prima fu decisa da Nerone con una svalutazione dell’aureo del 11% e del denario del 12,5 %; Domiziano riportò i valori a quelli stabiliti da Augusto, ma le cose erano cambiate e così Traiano reintrodusse le modifiche apportate da Nerone. Nel 215 d.C. ci pensò Caracalla a modificare il valore ed il titolo delle monete: l’aureo pesava ormai 6,54 gr contro i 7,78 gr del tempo di Augusto ed anche il denario aveva perso metà del suo valore; questa grande svalutazione indusse Caracalla ad introdurre anche due monete che valevano esattamente il doppio delle monete di riferimento, ovvero il binione o doppio aureo ed il doppio denario conosciuto come antoniniano.
Rapportando le monete dell’Impero Romano ai valori di oggi si può considerare il valore di un aureo pari a circa 200 euro e quindi sorprendentemente il valore di un asse corrisponde al valore di 1 euro.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 03/08/2015)