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Lucrezia e la satira della castità


Laida nocte volo. La figura di Lucrezia ed i valori di castità che rappresenta innalzandola nell'olimpo delle figure mitiche di Roma, hanno scatenato l'irriverenza di scrittori e poeti latini già dai tempi della tarda repubblica.
A partire dalla fine del I secolo a.C. la castità assume valenze diverse, i romani non sono più da tempo solo guerrieri e le loro donne non filano più la lana ma comperano pregiate sete provenienti dall’oriente e si ornano di monili d’oro e pietre preziose.
La poesia elegiaca cambiò il volto della castità, attribuendo alle donne nuovi poteri di seduzione che quando usati sino alle conseguenze ultime scatenarono le arguzie della satira; il cammino della castità procede da Virgilio a Ovidio, a Catullo, a Marziale e Petronio passando dal mito al grottesco nell’arco di un secolo.
Ma in cosa consisteva la castità nella cultura romana? Nel mantenere un comportamento rispettoso secondo quello che al tempo di Augusto si sarebbe chiamato mos maiorum per il quale la castità di Lucrezia si sostanzia nella sua innocenza e pudicizia, ma il tentativo di Augusto di riproporre i valori etici che avevano fatto grande Roma, non riuscì a far tornare indietro nel tempo i comportamenti amorosi e sessuali dell’aristocrazia romana.
La pudicizia è una virtù che i romani veneravano come una dea , un culto per il quale costruirono dei templi distinguendo anche tra una Pudicitia Patritia con il tempio situato nel Foro Boario ed una Pudicitia Plebeia con il tempio sul colle Quirinale.
I romani distinguevano tra pudore e pudicizia, che riferivano il primo all’animo e la seconda al corpo, così che nei tempi antichi ogni giovane donna doveva portare in dote al novello sposo “pudicitiam, et pudorem, et sedatum cupidinem” (Plauto, Anfitrione Atto II), dove la continenza delle matrone è la loro capacità di controllare il desiderio sessuale. Ma le grandi ricchezze arrivate a Roma, il lusso e gli agi avevano ormai cambiato i costumi delle matrone romane e Giovenale nella VI satira non manca di rimarcare che “la pudicitia abitò in terra solo ai tempi di Saturno”.
Al mutamento dei costumi contribuì soprattutto il contatto con le civiltà orientali dove le regole comportamentali dei rapporti tra uomini e donne rispondevano a principi etici diversi tanto che in un epigramma Marziale (II 104), rimproverando la sua donna di non giocare “ … all’amore con i gesti, con le dita e neppur con le parole” , le ricorda che anche donne di cui era conosciuta la castità come Cornelia, Giulia, Porcia ed anche Giunone lo facevano con i loro uomini:

Se ti piace essere sempre così seria,
mia cara, fai pure Lucrezia, ma di giorno,
di notte almeno, ti prego, vorrei che tu ti tramutassi in Laide
e tu scoprissi in te il riso, i gesti e il gusto di una avvenente cortigiana
.

Ma l’assurdità della castità delle matrone diviene massima espressione della satira nella favola della vedova di Fedro poi ripresa da Petronio Arbitro nel Satyricon. E’ la storia della Matrona di Efeso "Matrona quaedam in Ephesi tam notae erat pudicitiae" che impazzita dal dolore per la morte del marito si fa chiudere nella tomba con un’ancella per lasciarsi morire di fame piangendo e vegliando il marito. Nel cimitero c’è un soldato di guardia a due assassini crocefissi e sentendo i lamenti della matrona scende nella tomba per confortarla e aiutato dal digiuno e soprattutto dalla voglia di vivere della vedova riesce ad aver ragione della sua pudicizia; la novella è una satira sulla volubilità ed inconstanza delle donne nella tarda età imperiale ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 19/12/2016)