Login      FOLLOW US ON follow on Facebook follow on Twitter follow on Pinterest follow on Tumblr follow on Google Plus

Imitatio Alexandri Magni

Imitatio Alexandri Magni

Le gesta e la figura del più grande condottiero di tutti tempi, Alessandro Magno, hanno turbato i sogni dei più grandi condottieri di Roma già dal II secolo a.C.; da Pompeo che ebbe la fortuna di aver riconosciuto l'appellativo “Magno”, ad Ottaviano che seppe orientarne l'aspirazione fino a Caligola ed alla sua folle passeggiata sul ponte di barche tra Bacoli e Pozzuoli con indosso l'armatura di Alessandro Magno fatta prelevare dalla tomba.
Il motivo di tanta fortuna è il carattere nuovo che il mito dell'eroe acquisì con Alessandro e che ben si conciliava con il pragmatismo romano. In Alessandro i romani vedono un eroe che vince le sue battaglie e rimane vivo, la sua sublimazione non viene dalla morte ma da come egli vive la sua dimensione terrena di predestinato in cui quelli che Plutarco chiama tes psyches semeia, i segni dell'anima, rendono inevitabile i trionfi e la gloria che questi portano con sé. Il nuovo tipo di eroe che Alessandro rappresenta è però anche umano ed allora deve impegnarsi e conoscere, ben lontano dal mito dell'eroe semidio incarnato da Eracle che in tutte le sue manifestazioni dimostra l'appartenenza ad una società arcaica.
L'aurea dell'eroe fu comunque costruita dalla propaganda macedone ma a farlo diventare un idealtypus fu Tolomeo II, figlio di uno dei suoi generali, divenuto il re d'Egitto che nella sua capitale che si chiamava Alessandria custodiva anche la tomba di Alessandro. Tolemeo scrisse Hypomnemata del regno di Alessandro, il Romanzo di Alessandro, dove la figura del re macedone veniva indicata come un modello di uomo per la capacità personale e come modello di governante per l'impero che seppe costruire; oltre questi tipi gli studiosi ne ravvisano una terza decisamente propria della cultura romana, il modello di Alessandro come generale, Alexander dux.
Oltre i sovrani Tolemaici, il primo a subire il fascino del modello di Alessandro fu Pirro che volle copiarne il modello di basileus, alla ricerca di gloria e risultati concreti. Il modello di governante tracciato da Alessandro – anche se le indicazioni erano già tutte state date dal padre Filippo – poneva alcune condizioni: un ascendenza eroica, una registrazione puntuale della storia del proprio popolo, mantenere un diario delle proprie azioni e soprattutto essere taumaturgo, ovvero avere i signum regalitatis che gli consentono di guarire i malati con l'imposizione dell'alluce. A Roma, il processo che viene indicato come imitatio Alexandri iniziò già al tempo della Repubblica e le storie sul condottiero macedone che arrivavano dai paesi di cultura ellenistica, lo assimilavano a Helios, quindi un condottiero, che per le sue imprese divenne un Dio.
Furono molti i condottieri romani ad essere colpiti da questa aspirazione e nell'ultimo secolo repubblicano soprattutto, oltre al più noto Pompeo, i generali a cui toccò di muovere battaglia ai Parti complice il ricorso storico che, tre secoli prima, aveva visto questi come i grandi nemici di Alessandro.
In Pompeo la volontà della imitatio Alexandri era così forte che arrivava anche ad imitarlo nel modo dii acconciarsi i capelli e già dopo aver sconfitto Giuba re di Numidia si lasciò acclamare dai soldati con l'epiteto di Magno.
Ma i suoi contemporanei non riconobbero in Pompeo il campione che poteva essere assimilato ad Alessandro se Plutarco nelle Vite Parallele trova che il più simile secondo quelli che erano “i segni dell'anima” fosse colui che lo aveva vinto, Giulio Cesare.
Anche Giulio Cesare al pari di Pompeo cercò di emulare Alessandro ma non come uomo bensì come governante capace di costruire un impero: entrambi vogliono spingersi ai confini del mondo conosciuto e se per il macedone volle dire muoversi verso oriente, Cesare si spinse verso i territori nord-occidentali. Tuttavia se il giovane Alessandro era sicuramente mosso dalla smania di spingersi oltre per conoscere le civiltà di cui si favoleggiava e di lasciare la propria impronta nella storia quasi un emulo di Achille, il più anziano Cesare aveva una visione più politica della finalità di conquista. Eppure Cesare era ben conscio del grande ritardo che lui aveva rispetto ad Alessandro che a trenta anni era già diventato il più grande condottiero di tutti i tempi mentre lui, a quarant'anni non era andato oltre la carica di questore.
Eppure ci fu chi non ebbe di Alessandro un'opinione elevata riservando tutta l'ammirazione a suo padre Filippo II di Macedonia, fu Cicerone nel De Officiis che scrisse:
Philippum quidem, Macedonum regem, rebus gestis ac gloria superatum a filio, facilitate et humanitate video superiorem fuisse: itaque alter semper magnus, alter saepe turpissimus.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 25/09/2019)