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Imitatio Alexandri Magni

Imitatio Alexandri Magni

Le gesta e la figura del più grande condottiero di tutti tempi, Alessandro Magno, hanno turbato i sogni dei più grandi condottieri di Roma già dal II secolo a.C. ; da Pompeo che ebbe la fortuna di aver riconosciuto l'appellativo “Magno”, ad Ottaviano che seppe orientarne l'aspirazione fino a Caligola ed alla sua folle passeggiata sul ponte di barche tra Bacoli e Pozzuoli con indosso l'armatura di Alessandro Magno fatta prelevare dalla tomba.
Il motivo di tanta fortuna è il carattere nuovo che il mito dell'eroe acquisì con Alessandro e che ben si conciliava con il pragmatismo romano. In Alessandro i romani vedevano un eroe che vinceva le sue battaglie e rimaneva vivo, la sua sublimazione non si realizzava con la morte ma da come egli viveva la sua dimensione terrena di predestinato per via di quelli che Plutarco chiama tes psyches semeia, i segni dell'anima, che rendevano inevitabile i trionfi e la gloria che questi portavano con sé. Il nuovo tipo di eroe che Alessandro rappresenta va era però anche umano ed allora doveva impegnarsi per conoscere e prevalere, ben lontano dal mito dell'eroe semidio incarnato da Eracle che in tutte le sue manifestazioni dimostrava l'appartenenza ad una società arcaica.
L'aurea dell'eroe fu comunque costruita dalla propaganda macedone ma a farlo diventare un idealtypus fu Tolomeo II, figlio di uno dei suoi generali, divenuto il re d'Egitto che nella sua capitale che si chiamava Alessandria custodiva anche la tomba di Alessandro. Tolemeo scrisse Hypomnemata del regno di Alessandro, il Romanzo di Alessandro, dove la figura del re macedone veniva indicata come un modello di uomo per la capacità personale e come modello di governante per l'impero che seppe costruire; oltre questi tipi gli studiosi ne ravvisano una terza decisamente propria della cultura romana, il modello di Alessandro come generale, Alexander dux.
Sulle tracce di quanto indicato dai sovrani Tolemaici, il primo a subire il fascino del modello di Alessandro Magno fu Pirro, il re dell'Epiro che, nato solo èpochi anni dopo la morte del macedone, volle copiarne il modello di basileus, alla ricerca di gloria e risultati concreti. Il modello di governante tracciato da Alessandro – anche se le indicazioni erano già tutte state date dal padre Filippo – poneva alcune condizioni: un ascendenza eroica, una registrazione puntuale della storia del proprio popolo, mantenere un diario delle proprie azioni e soprattutto essere taumaturgo, ovvero avere il signum regalitatis che gli consentiva di guarire i malati con l'imposizione dell'alluce. Secondo Plinio, Pirro avrebbe avuto il signum e riusciva a guarire i malati di milza con l'imposizione dell'alluce.
A Roma, il processo che viene indicato come imitatio Alexandri iniziò già al tempo della Repubblica e le storie sul condottiero macedone che arrivavano dai paesi di cultura ellenistica, lo assimilavano a Helios, quindi un condottiero, che per le sue imprese divenne un Dio.
Furono molti i condottieri romani ad essere colpiti da questa aspirazione e nell'ultimo secolo repubblicano soprattutti, oltre al più noto Pompeo, i generali a cui toccò di muovere battaglia ai Parti complice il ricorso storico che, tre secoli prima, aveva visto questi come i grandi nemici di Alessandro.
In Pompeo la volontà della imitatio Alexandri era così forte che arrivava anche ad imitarlo nel modo di acconciarsi i capelli e già dopo aver sconfitto Giuba re di Numidia si lasciò acclamare dai soldati con l'epiteto di Magno. Ma i suoi contemporanei non riconobbero in Pompeo il campione che poteva essere assimilato ad Alessandro se Plutarco nelle Vite Parallele trova che il più simile secondo quelli che erano “i segni dell'anima” fosse colui che lo aveva sconfitto, Giulio Cesare.
Le differenze tra Pompeo ed Alessandro erano molte: non poteva vantare un'ascendenza divina come il macedone, non aveva uno storico incaricato di raccontare ogni suo gesto eroico, ogni suo atto di magnanimità, tuttavia ebbe un amico che volle scrivere la storia della sua campagna contro Mitridate, si chiamava Teofano di Militene, un greco che gli fu accanto fin quasi alla fine e che sembra sia stato proprio colui che lo consgliò di rifugiarsi in Egitto dove Pompeo trovò la morte. Di questo resoconti si sono salvati solo sei frammenti riportati da Plutarco e Strabone.
Quando finalmente il Senato lo inviò in Oriente, per Pompeo fu la sublimazione delle sue aspirazioni; quelle terre erano il palcoscenico giusto per le sue messinscena evocative.
Plateale emulazione dell'incontro tra Dario e Alessandro fu il modo con cui accettò la resa di Tigrane. Cassio Dione racconta che che quando Pompeo giunse davanti ad Artaxata, Tigrane capì di ver perso e per non far distruggere la città si recò al campo di Pompeo per consegnare spontaneamente la resa. Pompeo si comportò con lui come aveva fatto Alessandro quando i familiari di Dario si era presentati a lui dandosi spontaneamente prigionieri; secondo il racconto di Dione Cassio, quando lo sconfitto Tigrane si presentò all'accampamento romano, si prostrò ai piedi di Pompeo che invece lo rialzò e, mostrando tutta la magnanimità, lo fece sedere accanto a lui e lo consolò dicendogli che non aveva perduto il suo regno ma conquistato l'amicizia dei romani ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.1 - 03/08/2021)




Bibliografia:

  • ANTONIO IGNACIO MOLINA MARÍN: Desmontando un tiranno perfecto, Caracalla y la imitatio Alexandri – Studia historica 33, 2005