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Lacus Curtius

Lacus Curtius

Quasi al centro del Foro, nei pressi delle basi delle colonne onorarie, si trova un’area rettangolare dove nel 1903, a seguito di lavori di scavo per recuperare le quote di calpestio del Foro Romano, fu portato alla luce un avvallamento di forma trapezoidale che si presentava lastricato con blocchi di tufo al cui centro vi era un pozzo e circondato da lastre di travertino.
Il sito esatto fu scoperto da Giacomo Boni il 17 aprile 1903, il quale poco dopo onorò il luogo con una libagione fatta con rito romano, insieme all'amico Horatio Brown; l'archeologo era certo di aver scoperto il sito del Lacus Curtius. Nelle descrizioni letterarie si cita spesso il sito, uno spazio mitico con valenza religiosa e che negli innumerevole cambiamenti del Foro Romano fu sempre rispettato e al più ricostruito rispettandone la posizione. Dionigi di Alicarnasso così lo descriveva:

Locus iste terra espletus est,
ab eo casu Lacus Curtius dicitur,
medium quidem Fori occupans.


Questo luogo coperto dalla terra,
che si trova nel mezzo del Foro
per un caso era detto Lacus Curtius.

In quel sito era avvenuto un evento simbolico ed importante per la storia di Roma, tanto che sin dall'età monarchica era stato considerato sacro e delimitato da un recinto all'interno del quale c'era un puteale ed anche un altare o ara che secondo Plinio venne … inde sublata gladatorio munere Divi Julii, ovvero fatta eliminare da Giulio Cesare quando decise di modificare la piazza del Foro perché potesse ospitare dei giochi gladiatori.
L'altare nel Lacus Curtius forse fu ripristinato da Augusto nella ristrutturazione del Foro tra il 12 ed il 9 a.C. e cui ne seguì un'altra all'inizio del III secolo d.C. Dopo se ne era persa traccia, l'area venne ricoperta dal limo e fango dopo che la paura dei barbari aveva indotto all'abbandono di zone di Roma e dove l'assenza di manutenzione della Cloaca Maxima aveva riportato la piazza del Foro a presentarsi come un acquitrino malsano; solo dopo i primi lavori idraulici che portarono alla riattivazione delle antiche cloache, il Foro divenne luogo di scoperte e nel 1552 fu ritrovato, nei pressi della chiesa di S. Maria Liberatrice (demolita nel XIX secolo), un bassorilievo in cui era rappresentato un cavaliere nell'atto di precipitare nella palude.
Il bassorilievo venne subito posto lungo lo scalone che porta al secondo piano del Palazzo dei Conservatori; oggi l'originale può essere ammirato nella galleria del Tabularium che ospita i ritrovamenti avvenuti nell'area del Foro Romano, mentre un calco in gesso è stato posto in quella che poteva essere la sua collocazione originaria.
Nelle leggende arcaiche veniva menzionata una palude che si apriva al centro dell'area che sarebbe poi diventata il Foro Romano; era un lacus che si formava con i depositi alluvionali del Paleo-Tevere in quanto l'area era morfologicamente depressa e , dopo i giorni di pioggia, diventava un pantano insidioso. Questa depressione deve esserci stata sin da quando i primi uomini iniziarono a frequentare la valle ma ancora oggi non sono chiare le origini delle storie connesse a questo sito.
Il luogo deve il suo nome alla gens Curtia, secondo quanto riportato in tre diverse versioni dagli storici romani Tito Livio e Marco Terenzio Varrone che però rimandano le leggende e l'attribuzione della denominazione a momenti storici diversi.
Le leggenda che riporta Tito Livio ha come eroe il nobile sabino Metius Curtius che durante gli scontri del VIII sec. a.C. tra Sabini e Romani rimase invischiato con il suo cavallo in una delle tante depressione paludose che in quel tempo occupavano l'area dove sarebbe sorto il Foro Romano. Metius Curtius era una dei comandanti agli ordini del re sabino Tito Tatio e si stava scontrando con Hosto Hostilius, il secondo in campo del re di Roma, Romolo quando il suo cavallo rimase impantanato nella melma insidiosa; sembrava che la terra lo risucchiasse quando improvvisamente il cavallo riuscì a liberarsi e tornare sulla solida terra. Era quindi uno scontro di personaggi della storia mitica delle origini e la vicenda di Metius Curtius in questa senso assume valenza simbolica: nello scontro tra i due popoli il fato aveva già deciso che ci sarebbe stata l'unione dei popoli e prima ancora che Ersilia inducesse i due re rivali , di cui era figlia e moglie, ad unirsi, era stato la terra stessa su cui Roma era destinata a dominare a “cooptare” il primo dei cavalieri sabini prima intrappolandolo nella sua melma e poi rilasciandolo miracolosamente ...



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di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 09/09/2020)