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Tempio di Saturno


Ancora oggi uno dei templi più antichi del Foro Romano, secondo solo a quello di Vesta e di Giove, è facilmente distinguibile tra le vestigia dei monumenti, le sue otto colonne svettano maestose a memoria del popolo di Roma.

La sua costruzione sembra sia stata voluta da Tarquinio il Superbo ma il tempio fu terminato alcuni anni più tardi quando a Roma era iniziata l’età repubblicana; la prima costruzione andò probabilmente a coprire una preesistente ara dedicata al dio dell’età dell’oro.
La dedicatio avvenne il 17 dicembre del 498 da parte del console di quell’anno, Tito Larcio, e quello fu da allora il dies natalis del tempio ed il giorno in cui iniziavano i Saturnalia, i giorni di festa che celebravano la fine dell’anno romano. Era la festa della libertà più sfrenata in cui anche il mondo delle regole romane si capovolgeva e gli schiavi potevano mangiare alla stessa tavola con i padroni.

Nella cella interna era conservata la statua di Saturno, che era vuota all’interno, era riempita d’olio e le gambe fasciate con bende di lana che venivano tolte solo nei giorni in cui si celebrava la festa di Saturno. La fasciatura delle gambe era una sorta di immobilizzazione con cui i romani impedivano a Saturno di lasciare Roma e nello stesso tempo celebrava il periodo in cui Giove lo aveva tenuto prigioniero costringendolo alla meditazione ed al dolore; dopo questo periodo Saturno si era trasformato in un re buono, un dio dell’agricoltura che governava con saggezza e che decise di vivere nella penisola che fu per questo chiamata Saturnia Tellus.
Sotto il suo alto podio vi era una cella in cui veniva conservato il tesoro dello stato, e gli stendardi delle legioni, alle sue mura venivano appesi i decreti del senato (sul lato orientale del podio sono ancora visibili i fori per i ganci a cui erano appese le tavole di bronzo). Il tempio per questo uso era detto anche Aerarium Populi Romani od anche Aerarium Saturni; vi si conservavano i proventi delle imposte, dei tributi, delle vendite di cose pubbliche, delle indennità di guerra e delle prede, i contratti pubblici, i rendiconti finanziari dei magistrati, i registri censori, i testi delle leggi e dei senato-consulti, i protocolli delle elezioni e dei giuramenti dei magistrati. All’interno vi era anche la bilancia che veniva usata per pesare l’oro. Era ancora la cassa dello stato quando durante la guerra civile Giulio Cesare se ne impadronì e vi trovò 15.000 verghe d’oro, 30.000 d’argento e 30 milioni di sesterzi.
La sua importanza come erario andò progressivamente diminuendo in età imperiale, quando i proventi delle tasse e le prede entrarono nelle attribuzioni imperiali; nel III sec. d.C era diventato solo la cassa della municipalità di Roma.
Il tempio ha attraversato tutta la storia di Roma e più di una volta è stato restaurato a partire dal IV secolo a.C. dopo essere stato incendiato dai Galli Senoni; nel 283 d.C., sotto Carino fu completamente distrutto da un incendio; quanto si può ammirare ancora oggi risale al restauro che fu effettuato nel III sec. d.C. a cui riferisce anche l’scrizione

Senatus populusque romanus incendio consumptum restituit
Il Senato ed il Popolo romano ricostruirono il tempio distrutto dall’incendio

Ancora oggi colpisce l’imponenza del podio che fu portato alla quota attuale nel restauro del 42 a.C. ordinato da Munazio Planco – lo stesso che l’anno seguente, in quanto legatus pro praetore, fondò la città di Lungdunum – con il bottino che aveva riportato dalla sua vittoria sui Reti. Il podio, realizzato in opus caementicium, era completamente rivestito di travertino e sul lato ad est vi era la porta che permetteva di entrare nelle camere dell’erario. Il tempio era eretto al di sopra e per potervi entrare Lucio Munazio fece realizzare una grande scalinata che permetteva di raggiungere un avancorpo e da questo la cella del tempio dove era la statua di Saturno.





di M.L. ©RIPRODUZIONE RISERVATA (Ed 1.0 - 28/01/2016)